«Uno più uno fa sempre molto più di due»: da qui si può ripartire per una nuova economia del bene comune

Alessandro Caffi

Alessandro Caffi

Dirigente dell’Ufficio Economato e Amministrazione della CEI, si occupa di risorse finanziarie e progetti speciali.

Leonardo Becchetti

Leonardo Becchetti

Professore ordinario di Economia politica a Tor Vergata, esperto di economia civile, finanza etica e sviluppo sostenibile.

Salvatore Monni

Salvatore Monni

Professore ordinario di Politica economica a Roma Tre, studia disuguaglianze socioeconomiche e sviluppo territoriale

Massimo Pallottino

Massimo Pallottino

Coordinatore dell’Unità Studi e Advocacy di Caritas Italiana, esperto di sviluppo sostenibile e cooperazione internazionale.

Insieme si può ottenere molto più della somma dei singoli contributi. È da questa battuta di Leonardo Becchetti, riportata nel titolo, che bisogna partire per ripercorrere il primo appuntamento della 6ª edizione del Corso di formazione Verso l’ecologia integrale, promosso congiuntamente da Fondazione Lanza, Focsiv e Caritas Italiana.

«Oltre 200 progetti presentati da enti religiosi, parrocchie, diocesi o di altra natura hanno potuto beneficiare di un contributo PNRR. – ha spiegato nella sua introduzione Alessandro Caffi dell’Ufficio dell’Economato della CEI – Equivale a oltre 3 milioni e mezzo di risorse che altrimenti non ci sarebbero state e che sono state intercettate per incrementare anche la produzione tramite impianti fotovoltaici». Un obiettivo, quello che si è dato la Chiesa italiana, che deriva certo dallo slancio delle grandi Encicliche di papa Francesco ma che è un tassello di quel mosaico che l’incontro di lunedì 5 ottobre scorso si è prefisso di raccontare.

A confrontarsi sul tema Ripensare il progresso: per un’economia del bene comune c’erano Leonardo Becchetti, economista e teorico dell’economia civile, e Salvatore Monni, economista dello sviluppo e coordinatore del progetto Mappa Roma, moderati da Massimo Pallottino, coordinatore dell’unità Studi e advocacy di Caritas Italiana.

La prima illusione da smontare per entrare nel vivo di questa nuova economia è superare uno dei postulati classici su cui si basano le teorie economiche. «Farci credere che la vita sia un gioco a somma zero. – riflette Becchetti – Cosa vuol dire? Vuol dire che la vita è come il poker, quindi per vincere, se io ho più 20, qualcuno deve avere meno 20. La torta da spartire è fissa e per avere qualcosa in più ci deve essere qualcuno che ha qualcosa di meno».

Lo definisce «un incantesimo», Leonardo Becchetti, che per smontarlo ha individuato da un lato quattro pericolose semplificazioni e dall’altro ha proposto alternative “civili”.

All’homo economicus che ha a cuore solo il proprio interesse si risponde con l’uomo integrale che sa essere razionale ma anche relazionale e generativo, all’impresa che massimizza solo il profitto si contrappone un’impresa ad impatto che ha a cuore il valore sociale e ambientale, a una politica economica che vede e agisce dall’alto si risponde con la sussidiarietà e, non certo ultimo per importanza, al PIL come misura dell’economia si propone l’alternativa del BES e dei 132 indicatori del benessere multidimensionale.

«Manca ancora l’ultimo miglio della felicità – chiosa Becchetti – quello, cioè, che fa l’uomo integrale. I dati ci dicono che è fatto di ricchezza di senso di vita, impegno civico e generatività. Una persona può avere reddito assoluto e istruzione, ma se passa la giornata sdraiato sul divano non può essere felice. Quindi l’ultimo miglio della felicità è metterci in moto per un fine che ci appassiona. E questo è quello che cerchiamo di misurare da anni con il rapporto sulla generatività delle province italiane».

«La difficoltà – ha ricordato Salvatore Monni, citando Federico Caffè, storico economista di scuola keynesiana – è riconoscere le idee vecchie che ogni tanto si mascherano di nuove». Le vecchie idee sono insite nelle nostre istituzioni, figlie come sono di un mondo che non esiste più.

Monni, per chiarire il concetto, ha poi tracciato una linea del tempo per sommi capi, evidenziando alcuni dei passaggi salienti dell’ultimo secolo.

1918 — Fine della Prima Guerra Mondiale: le istituzioni dell’età degli imperi, quando sopravvivono, sopravvivono in un mondo radicalmente cambiato.

1929 — La crisi esplode: le istituzioni si rivelano inadeguate e non riescono a gestire il nuovo contesto globale.

1944 — Gli accordi di Bretton Woods sanciscono, finalmente, nuove regole per un nuovo mondo.

1971 — Nixon chiude la convertibilità del dollaro in oro: il sistema di Bretton Woods termina, ma le istituzioni gli sopravvivono in un mondo che non riconoscono più.

Oggi — Si reiterano vecchi modelli, dallo statalismo degli anni ’50-’70 al liberismo finanziario, senza elaborare paradigmi autenticamente nuovi.

«La presenza di idee vecchie, di istituzioni vecchie, ci aiuta a comprendere non solo quello che è successo oggi, ma anche a cercare di capire quello che è successo in passato, le crisi del passato. – chiarisce Monni – Ed è importante guardare quello che è successo nel passato, perché il superamento di determinate crisi ci può aiutare oggi a leggere quello che succede intorno a noi e a cercare di superare le crisi attuali».

Uscendo per un istante dal seminato del Corso, si potrebbe dire che nulla si inventa ma tutto si trasforma e, a volte, si ripropone: basti pensare che sessant’anni fa il dibattito nell’informatica era tra grandi calcolatori decentrati e semplici terminali a disposizione dell’utente contro macchine autonome, piccole e diffuse e oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, le alternative che ci vengono poste d’innanzi sono esattamente le stesse. Da un lato le grandi macchine online, dall’altro l’alternativa capace di lavorare in locale. Anche l’avanguardia della tecnica, insomma, forse non è poi così innovativa.

Ed è proprio sul coraggio di proporre una reale alternativa, qualcosa di davvero nuovo, che si gioca la partita. L’ha chiarito Caffi fin dalla sua introduzione: usare mezzi nuovi per creare opportunità nuove, anche in seno alle nostre realtà parrocchiali.

E così nasce un progetto come Mappa Roma, presentato da Salvatore Monni che ha permesso di fotografare, conoscere e capire alcuni aspetti meno noti del vivere in città: nella Capitale, le disuguaglianze che contano di più non sono quelle di reddito — pur esistenti, si va da 80.000 euro nei Parioli a meno di 20.000 euro a Tor Bella Monaca — ma quelle di opportunità legate al quartiere di nascita.

È il “paradosso degli asili nido”: la diffusione di queste strutture spesso rischia di non coincidere più con le esigenze della popolazione residente, nel frattempo invecchiata, lasciando così privi di servizi quei quartieri dove ce ne sarebbe più bisogno.

«Su 30 milioni di lavoratori nel mondo, solo il 20% di questi si dichiara soddisfatto del proprio lavoro» ha chiarito Leonardo Becchetti, citando l’ultimo Rapporto mondiale sulla felicità.

La sfida diventa, quindi, riportare al centro ciò che dà senso alla vita. La felicità come metro e dimensione della realizzazione umana. «La felicità non sono i beni di consumo – conclude Becchetti – la felicità è quello che vuoi fare con quei beni, il motivo per cui l’hai comprato, il processo con cui sei arrivato a comprarli. La felicità è fatta di senso, e viviamo una grande carestia di senso del vivere; è fatta di generatività, cioè più le persone si sentono utili per qualcuno o per qualcosa, più sono felici».

a cura di

Gianluca Salmaso

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