Da alcuni anni in occasione del 5 dicembre, Giornata mondiale del suolo, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) pubblica il rapporto annuale su consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici.
Pubblichiamo la rubrica mensile curata da Matteo Mascia, Coordinatore del Progetto Etica e Politiche Ambientali della Fondazione Lanza, in uscita ogni terza settimana del mese nel settimanale padovano la Difesa del Popolo.
Quest’anno per la prima volta si registra un’inversione di tendenza e il suolo consumato nel periodo 2022-2023 è, seppur di poco, inferiore rispetto all’anno precedente 2021-2022 passando da 8.500 ettari a 7.254 ettari. Questa buona notizia non è però la conseguenza di scelte politiche precise, né tanto meno dell’approvazione della tanto attesa legge nazionale sul consumo di suolo, ma più semplicemente del recupero di aree di cantiere o di superfici che erano state già classificate come consumo di suolo reversibile.
Il rapporto certifica piuttosto che in Italia il consumo di suolo non si è fermato, ma ha continuato inesorabilmente a cancellare aree verdi, per lo più agricole e nei contesti urbani per un totale di altri 72,5 chilometri quadrati (una superficie estesa come tutti gli edifici di Torino, Bologna e Firenze) con una media di 20 ettari al giorno equivalenti a 2,3 metri quadrati al secondo. Un dato che si pone sempre al di sopra della media decennale 2012 – 2022 che è pari a 68,7 chilometri quadrati (2012-2022), solo in piccola parte compensata dal ripristino di aree naturali (poco più di 8 chilometri quadrati).
Se guardiamo ai dati regionali emerge che l’incremento maggiore espresso in ettari, si è verificato nella regione Veneto (più 891), seguita dall’Emilia-Romagna (più 815) e dalla Lombardia (più 780).
La nostra regione, peraltro supplendo all’assenza di norme nazionali in materia, si è positivamente dotata nel 2017 di una legge regionale ad hoc per disciplinare il consumo di suolo, con l’obiettivo di azzerarne il consumo al 2050. I dati dell’Ispra segnalano però che tale regolamentazione non ha contribuito a rallentare il consumo di suolo che è invece aumentato nel corso degli anni.
In questa prospettiva sarebbe più che mai opportuno favorire un grande confronto pubblico, aperto e franco, su come correggere la normativa a tutela del suolo nell’ambito della attuale discussione sul progetto di legge regionale 244 “Veneto territorio sostenibile” nella direzione del riuso, della rigenerazione e del ripristino della natura, così da disaccoppiare lo sviluppo urbano dal consumo della risorsa suolo, secondo la prospettiva dell’ecologia integrale proposta da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’.

Un confronto pubblico che coinvolga le istituzioni, le università e i centri di ricerca, i portatori di interesse economici, sociali e culturali, il mondo dell’informazione per aiutare le nostre comunità a maturare una maggiore consapevolezza dell’inestimabile valore ecologico del suolo come risorsa naturale, non solo per la produzione agricola, ma anche per la protezione dall’erosione e infiltrazione dell’acqua, per il miglioramento della qualità dell’aria e delle acque, per l’impollinazione, per l’assorbimento di gas serra e il contenimento del riscaldamento globale, (…).
Preservare questi servizi ecosistemici migliora la qualità dell’ambiente naturale e con essa la sua straordinaria funzione di garantire il benessere e la qualità della vita delle persone e delle comunità umane. D’altro canto, la perdita dei servizi ecosistemici rappresenta un grave danno economico stimato secondo Ispra, a livello nazionale, tra i 7 e i 9 miliardi di euro l’anno. Preservare il suolo significa, dunque, prendersi cura delle persone e della natura, generando risorse economiche per lo sviluppo locale e rispondere in modo proattivo alla grave crisi climatica che rende i nostri territori sempre più vulnerabili e poco resilienti ai crescenti impatti causati dall’aumento in numero ed intensità degli eventi estremi.
