Non perdiamo la speranza: le buone pratiche di partecipazione

mons. Luigi Renna

mons. Luigi Renna

Vescovo di Catania dal 2022; Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della CEI;
Presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici in Italia.

Giovanni Spinozzi

Giovanni Spinozzi

Ufficio per la pastorale sociale, Diocesi di Senigaglia

Viola Ducati

Viola Ducati

Attivista dell’associazione Viração&Jangada e della Rete Climatica Trentina

Alessandra Innocenti

Alessandra Innocenti

Corpi Civili di Pace in America Latina

«Ma noi non ci stanchiamo, non perdiamo la speranza – lo dice chiaramente mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania, presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali nella sua introduzione al sesto appuntamento del corso Verso lecologia integrale – le pratiche dal basso sono una delle strade che Papa Francesco ci ha indicato come vincenti e sappiamo di non essere soli nel mondo da questo punto di vista. Nella terza parte della nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante, pubblicata solo qualche giorno fa, ci invita ad agire concretamente e vi troviamo tutto ciò che già si sta facendo e di cui questo corso online è esempio». 

L’ultimo incontro del percorso sull’ecologia integrale promosso da Caritas Italiana, Fondazione Lanza e FOCSIV, è iniziato con la consapevolezza non tanto della chiusura di un ciclo, quanto piuttosto di un’occasione per rinnovare un impegno concreto, vivificandolo nella conoscenza di storie ed esperienze concrete. 

Se il rischio, parlando di crisi climatica, è quello di scivolare in un’astratta analisi dei dati o in un paralizzante pessimismo, le testimonianze raccolte ci riconnettono a quella speranza pratica che nasce dal basso e che non teme la complessità del reale. 

Il filo rosso che lega queste esperienze è la consapevolezza che tutto è connesso. Lo vediamo nel progetto presentato da Giovanni Spinozzi, della Pastorale Sociale di Senigallia. 

«Nella nostra città c’è un grande parco di 16 ettari, era ed è il nostro polmone verde, ma non è stato progettato né era agibile – spiega Spinosi – era rimasto una zona di passaggio, una compensazione con i suoi alberi per la circonvallazione». Il cantiere del Parco che vogliamo è iniziato dalla consapevolezza che a quello spazio serviva un futuro che fosse realmente aperto alla cittadinanza. Attraverso l’ascolto degli abitanti, il coinvolgimento di scuole, associazioni, tecnici ed enti locali si è avviato un processo che ha portato a interventi concreti – anfiteatro, riforestazione, masterplan – e a un risultato politico duraturo: un regolamento comunale per l’amministrazione condivisa. 

Più del risultato finale, insomma, conta il metodo: tempo, ascolto, fiducia, non-violenza nelle relazioni istituzionali. 

Ma lo sguardo dell’ecologia integrale non può restare confinato all’ombra del proprio campanile, benché sia proprio dalla sussidiarietà che si deve cominciare. Lo sa bene Viola Ducati, giovane attivista della Rete Climatica Trentina e dell’associazione Viração&Jangada, che con il suo racconto ci porta dalle valli alpine ai tavoli negoziali delle COP, le conferenze mondiali sul clima. 

«C’è una fotografia che ci ritrae in bicicletta – riflette Ducati – ce l’ha scatta un giornalista locale al momento della partenza da una piazza di Trento per una tre giorni in bicicletta. Speravamo di essere di più, è vero, ma lungo il percorso qualcosa è cambiato e all’arrivo eravamo in quaranta per pedalare. Dopo aver attraversato vari territori, abbiamo iniziato a sentire anche le persone che soluzioni avessero in mente per il problema della mobilità, che crea traffico, emissioni e anche problemi di vivibilità». 

Riecheggia in questo il bisogno vitale che la voce dei giovani non sia un semplice contorno mediatico, ma un pungolo etico per i decisori globali. Il locale e il globale si specchiano: la mobilità alternativa e sostenibile in trentino, la salute dei ghiacciai alpini e una decisione presa alla COP30 sono parte della medesima ferita e della medesima responsabilità. 

La dimensione del conflitto emerge con forza nelle parole di Alessandra Innocenti, impegnata con i Corpi Civili di Pace in America Latina. Qui l’ecologia si sporca le mani con la giustizia sociale. 

«Il conflitto socio-ambientale è conflitto di interessi tra quelli che causano un problema ambientale e quelli che ne subiscono le conseguenze – chiosa Innocenti – in Perù assistiamo alla presenza di progetti estrattivi non mediata dallo Stato, e chiaramente questo crea una disparità in favore delle imprese. Si parla, perciò, di una maledizione delle risorse naturali: più ci si avvicina a un luogo in cui si può estrarre materiale molto richiesto sul mercato, più se ne subiscono le conseguenze». Difendere l’ambiente in territori segnati dall’estrattivismo significa, spesso, mettere a rischio la propria vita per i diritti umani. 

L’esperienza di Alessandra ci interroga profondamente: in un tempo in cui si torna a parlare con troppa leggerezza di riarmo e di leva militare, i Corpi Civili di Pace possono rappresentare un’alternativa.

Il lascito del quinto corso è tutto qui: un percorso di discernimento volto a esortare i partecipanti a desiderare, ambire a trasformare queste testimonianze in una pratica quotidiana. 

Non si tratta solo di mettere in fila i concetti imparati quanto piuttosto domandarsi come vogliamo abitare la “casa comune” nel nuovo anno. 

La sfida dell’ecologia integrale è proprio questa: passare dall’io al noi, scoprendo che la cura del pianeta è, in ultima analisi, la forma più alta di cura verso l’altro.

A cura di

Gianluca Salmaso

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