
Alessandro Volpi
Studioso e docente di storia contemporanea a Pisa, autore su economia e cultura. Già sindaco di Massa, collabora con giornali e riviste.

Chiara Tintori
Politologa e saggista, un dottorato all’Università di Firenze. Autrice di analisi su politica, società e Chiesa, docente e attiva in filantropia.

Jacopo Bencini
Ricercatore su clima e diplomazia internazionale, presidente dal 2024 di Italian Climate Network. Già assessore nel comune di Pontassieve, è impegnato nella transizione ecologica.
Il rapporto tra debito finanziario e debito ecologico è diventato così stretto da costituire il filo conduttore del terzo webinar del 5° Corso nazionale di formazione per comunità e parrocchie verso l’ecologia integrale, organizzato da Fondazione Lanza con FOCSIV e Caritas Italiana.
Due dimensioni, quella economica e quella ambientale, che — come hanno mostrato i relatori — non possono più essere trattate separatamente in un mondo in cui le crisi si toccano, si alimentano e si amplificano a vicenda.
A introdurre la questione è stato Alessandro Volpi dell’Università di Pisa. Oggi, ha spiegato, una quota enorme del risparmio globale è concentrata nelle mani di pochissimi attori: dal 2009 al 2024 gli asset gestiti dai grandi fondi sono saliti da 52 a 128 mila miliardi di dollari. Un numero impressionante, soprattutto se confrontato con la capitalizzazione dei colossi tecnologici: Nvidia non arriva a 5 mila miliardi, Apple resta sotto i 4 mila.
Volpi ha ricordato che tre soli fondi — Blackrock, Vanguard e State Street — amministrano circa 45 mila miliardi di dollari, esercitando un’influenza diretta sul potere di voto delle più grandi imprese globali. Una concentrazione favorita dall’espansione degli ETF e dal graduale arretramento del welfare pubblico, che ha spinto milioni di persone verso forme private di previdenza.
Questa democratizzazione degli strumenti finanziari, osserva Volpi in modo critico, è stata spesso sostenuta dalla politica tramite regolamentazioni permissive e un progressivo smantellamento dello Stato sociale. Il risultato è un ecosistema in cui la finanza è diventata capace di orientare non solo i mercati, ma anche le scelte pubbliche.
Lo sguardo internazionale è stato affidato a Jacopo Bencini, presidente di Italian Climate Network, che ha richiamato il valore simbolico della futura COP30 a Belém, nel cuore dell’Amazzonia. «La politica è fatta di simboli», ha spiegato, e celebrare lì il decennale dell’Accordo di Parigi significa interrogarsi con forza su “cosa fare adesso”. Continuare a coltivare speranza, secondo Bencini, è parte del lavoro politico.
Ma il contesto resta complesso: i conflitti internazionali, l’instabilità e l’annunciata uscita degli Stati Uniti dall’Accordo nel 2026 pesano come macigni. E anche sul piano finanziario il quadro non è roseo. Nonostante la definizione a Baku di un nuovo obiettivo pluriennale, il divario tra fondi promessi e risorse realmente necessarie supera i 6 mila miliardi.
A questo si aggiunge l’assenza di un obiettivo climatico europeo per il 2040, che indebolisce la leadership e restringe il campo d’azione dell’UE. Intanto cresce il peso del capitale privato nei negoziati: una progressiva privatizzazione della governance climatica che rischia di far scivolare la transizione ecologica dentro logiche puramente finanziarie, con il rischio di far perdere ulteriormente di vista un’ideale di bene pubblico.
La prospettiva etica è stata invece affidata a Chiara Tintori, politologa e saggista, che ha ricondotto il dibattito al suo centro umano e sociale: «Due debiti, finanziario ed ecologico, in un’unica crisi che ipoteca il futuro».
Tintori ha poi ricordato che la crisi economica e quella ambientale sono inseparabili: il grido della terra e il grido dei poveri si rispondono. Molti Paesi del Sud globale vantano un vero e proprio credito ecologico verso le nazioni industrializzate, che per decenni hanno costruito la propria ricchezza consumando risorse comuni.
Per questo, la remissione del debito non è, a suo avviso, una concessione generosa da parte del ricco sul povero, ma un atto di autentica giustizia riparativa.
Richiamandosi alla dottrina sociale della Chiesa, la saggista ha insistito sulla solidarietà come impegno concreto per il bene comune, un principio urgente in un’epoca segnata da nazionalismi e individualismi. Serve, ha concluso Tintori, un pensiero critico capace di smascherare le logiche predatorie dell’economia e di restituire centralità a un’ecologia integrale in cui ogni cosa è connessa.
A cura di
