
Renzo Pegoraro
Padovano, sacerdote, ha una laurea in Teologia Morale, un diploma di perfezionamento in Bioetica e una laurea in Medicina e Chirurgia.
A lungo Segretario Generale della Fondazione Lanza di Padova e docente di Bioetica, dal 2011 è Cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita.
Da maggio 2025 è nominato Presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
Un mese fa, il Santo Padre Leone XIV nominava mons. Renzo Pegoraro alla presidenza della Pontificia Accademia per la Vita, di cui era già Cancelliere dal 2011, succedendo a mons. Vincenzo Paglia.
Istituita da Giovanni Paolo II nel 1994 con il motu proprio Vitae mysterium, la Pontificia Accademia per la Vita – PAV ha dalla sua fondazione «lo specifico compito di studiare, informare e formare circa i principali problemi di biomedicina e di diritto, relativi alla promozione e alla difesa della vita, soprattutto nel diretto rapporto che essi hanno con la morale cristiana e le direttive del Magistero della Chiesa».
Uno scenario articolato che negli anni ha visto l’Accademia estendere i propri studi fino a coinvolgere le frontiere della Robo-etica e dell’Intelligenza artificiale, oltre alla Bioetica globale e alla Coscienza, neuroscienza e etica.
Mons. Renzo Pegoraro, per diversi anni ha seguito la crescita della Fondazione Lanza: quale ricordo o esperienza maturata a Padova ha portato con sé alla Pontificia Accademia per la Vita?
Un patrimonio maturato in Fondazione Lanza, che è stato ed è molto prezioso per l’attività in Accademia, riguarda in primo luogo l’approccio interdisciplinare, cioè una ricerca nei vari campi dell’etica – già allora la Fondazione si occupava di Etica, Filosofia e Teologia, Etica e Medicina e Etica e Politiche Ambientali – ma favorendo sempre un confronto tra le varie discipline che sono coinvolte in questi temi.
Un altro elemento importante della Fondazione Lanza, fin dal suo inizio, è stato il respiro internazionale, capace di coinvolgere, dialogare con le figure e i centri di ricerca più significativi nel campo della bioetica e delle politiche ambientali.
E il terzo elemento è il confronto stimolante che c’è sempre stato tra varie posizioni, varie ispirazioni filosofiche, da diversi modi di intendere l’etica e attraverso il coinvolgimento delle varie religioni sia sull’inizio vita che sul fine vita.
Infine ricordo l’importanza che ha sempre avuto nella Fondazione l’etica clinica, che ha permesso già nel 1996 in Azienda ospedaliera di Padova e poi in tutta la Regione la diffusione dei comitati etici per la pratica clinica.
«Ecco il futuro della Pontificia Accademia per la Vita» – intervista al quotidiano l’Avvenire
Intelligenza artificiale in ambito sanitario: se ne discute in un convegno a Padova – servizio TGR Veneto
Le sfide della bioetica globale – intervista settimanale l’Espresso
In una stagione come questa, in cui la tecnologia avanza più veloce che mai, quale ruolo può avere la Pontificia Accademia per la Vita per favorire una cultura che tuteli appieno la persona e la vita umana?
L’Accademia si è mossa in questi anni accettando di studiare, approfondire e comprendere meglio le sfide che si pongono nei confronti della persona umana e della vita umana. Questo attraverso l’approfondimento scientifico e tecnologico e quindi come oggi la medicina, la scienza, la tecnologia interpellano la nostra riflessione sull’uomo e come queste nuove conoscenze stimolano a definire meglio le nuove responsabilità sia degli operatori sanitari, sia della società civile che di coloro che sono coinvolti a vario titolo su queste tematiche.
Un dialogo col mondo scientifico e nello stesso tempo con la filosofia e la teologia, cercando di mettere sempre la persona al centro, nel suo bene integrale – considerando la dimensione fisica, psichica e spirituale – e quindi la tutela e la promozione della vita umana in tutte le sue fasi. La dignità della persona chiede il rispetto della sua vita, sempre, attraverso l’impegno e la responsabilità di tutti.
Negli ultimi mesi il dibattito anche intorno alle grandi questioni bioetiche si è fatto molto serrato, soprattutto sul piano politico e normativo: come fare per promuovere un dialogo rispettoso e arricchirlo da un punto di vista cristiano?
Il dialogo è fondamentale e prevede rispetto e ascolto reciproco, nello sforzo di comprendere e quindi è importante anche evitare riduzionismi, ideologie o polarizzazioni che non permettono una corretta comprensione dei problemi e poi fare delle proposte che siano argomentate, fondate e questo anche per quanto riguarda la prospettiva cristiana, cattolica.
La bioetica è nata proprio perché le prospettive scientifiche e tecnologiche e anche la stessa normativa giuridica non erano sufficienti a dire cosa fare in certi specifici contesti.
Ci sono dei problemi nuovi, come certi sviluppi delle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale – che a noi interessa in particolare nell’ambito medico sanitario – oltre alle questioni di fine vita che in parte sono discusse già da decenni ma assumono oggi delle connotazioni nuove o complesse.
Ecco, di fronte a tutto ciò occorre trovare insieme cosa sia bene, dove porre dei limiti, quale regolamentazione etica o giuridica per gestire queste nuove sfide, possibilità e nuove responsabilità. Sono convinto che la sfida dell’Accademia è cercare – attingendo all’esperienza, alle tradizioni e alla stessa ricchezza della riflessione cattolica – di porsi in questo dialogo per cercare di argomentare, di giustificare, di promuovere una reale attenzione alla persona, alla sua vita e un reale accompagnamento quando per esempio si affronta la questione del fine vita.
Papa Leone ha rinnovato l’attenzione verso l’intelligenza artificiale: quali sono le frontiere di questa nuova tecnologia che la incuriosiscono maggiormente? E quali la spaventano?
L’intelligenza artificiale è una realtà così grande, complessa e veloce che rappresenta una sfida per tutti, compresa ovviamente la Chiesa Cattolica. La PAV si era già mossa anni fa e nel febbraio 2020 riuscì a pubblicare la Rome Call for AI Ethics, la carta di Roma per l’etica dell’intelligenza artificiale. Un documento firmato in quel momento da Microsoft e IBM oltre ovviamente alla Chiesa Cattolica ma anche dal Ministero italiano per lo sviluppo tecnologico e in questi 5 anni anche dalle religioni monoteiste, ebraismo e islam, dalle religioni dell’Oriente, induismo, buddismo, shintoismo, e da molte università in diversi continenti.
La Carta rappresenta un punto di riferimento per una convergenza, almeno su alcuni principi etici fondamentali, che sono stati richiamati anche dallo stesso Papa Francesco in due occasioni importanti nel 2024: il messaggio per la Giornata mondiale della pace, e poi il discorso al G7 in Puglia.
Questi principi su cui c’è stata una convergenza, possono essere una piattaforma per un’ulteriore riflessione, per definire meglio quali sono i criteri etici nello sviluppo – ethics by design, l’etica dentro la struttura dell’intelligenza artificiale – e nell’uso dell’intelligenza artificiale.
Qui si aprono prospettive chiaramente interessanti, positive di sviluppo e utilizzo come nel campo biomedico, ma ci sono anche dei rischi e dei pericoli, che occorre precisare in modo tale da evitare che l’intelligenza artificiale diventi dominante nel nostro approccio con la realtà.
Come fare in modo che l’intelligenza artificiale sia a servizio dell’umanità, in particolare delle persone più fragili e vulnerabili, e possa essere gestita senza che condizioni le nostre relazioni, le nostre responsabilità?
Una intelligenza artificiale umano-centrica, insomma, una macchina a servizio dell’uomo e non l’uomo a servizio della macchina.
Come gestire tutto questo è una sfida continua e a vari livelli: da come la popolazione è informata e in qualche modo ha conoscenza di cosa sia e come “funzioni” l’AI – forse ci sarebbe bisogno, in questo senso, di una certa “alfabetizzazione” della popolazione e anche delle comunità cristiane – ma occorrerà risalire al mondo universitario e alle grandi società di intelligenza artificiale e quale ruolo abbiano i governi e l’Unione Europea per gestire eticamente e responsabilmente tutta questa realtà.
Sfida interessante quella legata all’alfabetizzazione della comunità rispetto all’intelligenza artificiale. Alfabetizzazione e democratizzazione.
L’alfabetizzazione è fattibile, la democratizzazione è più difficile, anche perché sono coinvolte grandi società private che sono anche più potenti degli stessi Stati.
Come per tante cose la gente non ha la percezione che l’intelligenza artificiale “ce l’ha già in tasca” – ad esempio smartphone e altri sistemi digitali – e che le notizie che vuole trovare nei motori di ricerca sono già guidate dall’intelligenza artificiale e quindi almeno un minimo di “alfabetizzazione”, cioè di conoscenza delle possibilità e dei rischi rappresentati dall’intelligenza artificiale, sarebbe un bell’impegno da promuovere per tutti, affinché tutti siano consapevoli di queste realtà e più partecipi per garantire il rispetto dell’intera popolazione.
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