One Health: ne va della salute, di tutti.

Un ringraziamento a padre Gaetano Montresor e a tutti i volontari del gruppo Colibrì che hanno realizzato e condiviso materiali video e fotografici, indispensabili per la stesura di questo ciclo di contributi.


Con il quarto e ultimo appuntamento si è concluso il ciclo di incontri nel solco dell’Enciclica Laudato si’ promosso dai laici e missionari comboniani con la collaborazione della Fondazione Lanza. Un ciclo di incontri che ha fatto manifesto del suo titolo, quell’accogliere i limiti, risuonato come una chiamata alla consapevolezza e all’azione più che ad un’ammissione d’impotenza.

Al centro dell’incontro la cura della persona e la salvaguardia dell’ambiente in ottica one health, il modello socio-sanitario che pone al centro l’interconnessione tra la salute umana, quella animale e quella dell’ecosistema. Il primo affondo scientifico è arrivato dalla pediatra Vitalia Murgia, componente dell’Associazione Medici per l’Ambiente, che ha svelato i contorni di un’emergenza invisibile ma pervasiva: l’inquinamento da farmaci e prodotti per la cura della persona.

«Il grande consumo dei farmaci è legato soprattutto a problemi che potrebbero guarire anche da soli – riflette la dottoressa Murgia – sembra assurdo ma ci sono patologie per cui i farmaci sono indispensabili, altre per cui i farmaci ancora non esistono, ma ci sono malattie che sanno guarire da sole e su queste c’è un consumo che travalica nello sciupio, nello spreco». 

Studi recenti dimostrano che una buona parte dei fiumi mondiali, Italia compresa, è contaminato da molecole farmaceutiche a livelli non sicuri per la fauna acquatica. Dal lavandino di casa o dagli allevamenti intensivi, queste sostanze superano i comuni sistemi di depurazione. Il risultato è una catena alimentare tossica: a Venezia gli antidepressivi finiscono nei nidi dei gabbiani attraverso i pesci di cui si nutrono; in India il Diclofenac ha quasi estinto gli avvoltoi, mentre nei fiumi i pesci maschi sviluppano caratteri femminili e gli insetti mostrano gravi alterazioni comportamentali.

A questo si aggiunge un’ulteriore emergenza, quella legata all’abuso di antibiotici e la conseguente antibiotico-resistenza. Una piaga, questa, che vede l’Italia maglia nera in Europa per mortalità, a causa di prescrizioni mediche spesso inappropriate che finiscono per attivare i geni della resistenza persino nei batteri del suolo.

«I sistemi sanitari – chiosa Fabrizio Bianchi, epidemiologo del CNR– devono affrontare una duplice sfida. Da una parte è l’assistenza di alta qualità, o comunque sia sufficiente a curare e tenere in buona salute le persone, che è una sfida oggigiorno molto dura, e dall’altra parte mitigare il proprio contributo sostanziale alla crisi climatica».

Le strutture sanitarie, ospedali in primo luogo, sono organizzazioni ad alto consumo energetico e da soli incidono per il 30 percento delle emissioni del comparto con l’Italia in una posizione decisamente alta rispetto alla media europea. 

La stragrande maggioranza di questi gas serra viene prodotta a monte, nella catena di approvvigionamento e nei trasporti dei beni medici. L’epidemiologo ha illustrato un vero e proprio circolo vizioso: le strutture sanitarie inquinano e surriscaldano il pianeta, contribuendo a quel cambiamento climatico che innesca eventi meteorologici estremi, ondate di calore e incendi, e questi fenomeni, a loro volta, deprimono la salute pubblica e aumentano la frequenza dei ricoveri, sovraccaricando gli ospedali. Esiste però una via d’uscita. 

Tagliando gli sprechi e l’abuso della pratica clinica – come l’eccesso di risonanze magnetiche superflue, responsabili di tonnellate di CO2 e particolato – le emissioni potrebbero calare del 25%. L’esempio virtuoso proposto è l’ospedale di Siena che, grazie a una gestione “verde” risparmia 4.600 tonnellate di CO2 all’anno.

Amalia Campagna ha spostato l’attenzione sulla crisi strutturale dei sistemi di cura, distinguendo l’atto tecnico del guarire (curing) dal processo relazionale del prendersi cura (caring). «Il curing, che è validissimo e molto importante, ha un inizio e una fine. – chiarisce l’antropologa – Il caring, invece, è il processo di prendersi cura nel tempo, dello stare con qualcuno, accompagnarlo, rispondere ai suoi bisogni e non presuppone la guarigione, una terapia, perché non sottende ad una malattia».

Se la medicina occidentale è straordinariamente efficace sul primo fronte, sembra talvolta aver smarrito la capacità di accompagnare le persone nelle esperienze della vita. Questa crisi non è solo una questione di fondi, teorizza Campagna, ma affonda le radici nelle leggi di aziendalizzazione e privatizzazione avviate negli anni ‘90, che hanno trasformato la salute in una logica di mercato.

A chiudere il cerchio è stata l’antropologa ambientale Viola Di Tullio, che ha esteso il concetto di cura oltre i confini del genere umano. Di Tullio ha messo in guardia dai rischi del paradigma della “salute unica” (One Health) quando scivola in una visione puramente utilitaristica, in cui ci si occupa della natura solo per il tornaconto dell’uomo. La sfida culturale odierna è imparare a proteggere l’ambiente per se stesso, sviluppando un’empatia profonda anche per ciò che non parla e non esprime la propria sofferenza in modo immediato, come un fiume inquinato o un albero. 

«L’antropologa statunitense Donna Haraway – ricorda Di Tullio – ha lavorato a lungo sull’idea della cura più che umana e sulla responsabilità anche della cura. E lei riprende soprattutto l’etimologia di response–ability, quindi abilità di dare una risposta. L’abilità di rispondere a un bisogno, alla capacità di percepire delle richieste che vengono da entità che non parlano, non chiedono, non comunicano e non rispondono, ma che vivono in relazione con noi».

Portando l’esempio di una ricerca etnografica condotta tra il 2023 e il 2025 nell’Italia centrale, la ricercatrice ha raccontato poi l’esperienza dei potatori di alberi urbani. Attraverso una convivenza quotidiana, questi professionisti sviluppano la capacità di decodificare i bisogni dei corpi vegetali, rifiutando l’idea che le piante siano semplici elementi d’arredo o “infrastrutture verdi” da manipolare per abbassare l’afa cittadina. Una gestione tecnocratica del verde, ha messo in guardia Di Tullio, rischia persino di creare nuove disuguaglianze sociali ed espulsioni dai quartieri riqualificati. Scomponendo il concetto di responsabilità nell’abilità di dare risposte, l’incontro si è concluso con l’invito a riscoprire l’appartenenza a una comunità biologica più ampia, dove la cura della terra e la cura dell’uomo tornano finalmente a essere la stessa cosa.

a cura di 
Gianluca Salmaso

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