«L’ecologia integrale è qualcosa che sta riguardando da vicino il divenire delle comunità cristiane», ha ricordato in apertura don Leonardo Scandellari, presidente della Fondazione Lanza. Un richiamo semplice ma esigente, che invita a riconoscere come la transizione ecologica chieda un ripensamento non solo delle pratiche, ma anche degli sguardi con cui leggiamo il nostro tempo e manifestando la chiara necessità di occasioni di formazione qualificata.
Con queste parole ha preso avvio il quinto incontro del percorso promosso dalla Fondazione insieme a Caritas Italiana e Focsiv.
Entrando poi nel vivo dell’incontro, Maria Florencia Ribero, ha presentato la Farm of Francesco, la rete globale di giovani agricoltori nata all’interno dell’Economy of Francesco. «Quello che ci chiedeva il Papa – spiega Ribero – è ripensare l’economia mettendo al centro la persona, il Creato. Con Farm of Francesco, l’idea è contribuire a un sistema alimentare più giusto, alla cura del creato, valorizzando quelli che sono i custodi del Creato, i contadini, che ci lavorano ogni giorno portando i frutti, portando il cibo sulla tavola di tutte le persone del mondo».
Attraverso i Farmer Training Days organizzati in diversi Paesi — Nigeria, Italia, Irlanda — la rete propone percorsi di formazione su pratiche agricole sostenibili e favorisce lo scambio tra comunità rurali.
Sollecitata da Paolo Valente di Caritas italiana sui nodi concreti che i piccoli agricoltori si trovano ad affrontare, Ribero ha indicato nel cambiamento climatico la minaccia principale, aggravata dall’assenza di sostegni governativi in caso di eventi estremi. Ha inoltre richiamato l’importanza di portare la voce dei contadini nei consessi internazionali, come avvenuto alla recente COP28. Al centro della sua riflessione, l’idea che non esista un unico modello agricolo valido ovunque.
«Dal mio punto di vista – ha concluso Maria Florencia Ribero – tutte le realtà sono valide se si fondano sul rispetto del prossimo e la cura del creato. Nel mio lavoro di agronoma ho incontrato anche delle realtà intensive che si mettono in gioco per sviluppare l’agricoltura rigenerativa, conservativa».
Ha preso poi la parola Alessandro Leonardi, che ha portato l’attenzione sul ruolo delle imprese nella tutela della natura. Ha raccontato l’esperienza di Etifor, società benefit e spin-off dell’Università di Padova che supporta aziende e istituzioni nell’integrazione della biodiversità nelle proprie strategie.
«Il parametro che definisce lo stato di salute del pianeta è la biodiversità. – chiarisce Leonardi – Abbiamo preso coscienza della perdita di biodiversità negli ultimi anni, perché prima ci si è occupati solo del clima, non vedendo cosa stava succedendo. Le popolazioni selvatiche sono diminuite in media del 73% negli ultimi anni».
Richiamando dati allarmanti sulla perdita delle popolazioni selvatiche, Leonardi ha illustrato l’approccio scientifico sviluppato da Etifor per misurare, ridurre e — solo in ultima analisi — compensare l’impatto ambientale dei modelli produttivi.
Tra i casi più significativi, quello di Next Energy Group, che ha intrapreso un percorso per rendere i propri impianti fotovoltaici elementi di rigenerazione ecologica. Il quadro che emerge è quello di un tessuto imprenditoriale sempre più proattivo, spesso più rapido dei governi nel reagire alla crisi climatica.
In questo scenario, reti come il Business for Biodiversity stanno contribuendo a diffondere standard comuni e strumenti condivisi.
«L’ultima istituzione per la quale ho lavorato è stata, fino al 2004, Morgan Stanley. Poi ho lasciato tutto e dopo un periodo sabbatico ho cominciato a occuparmi di cooperazione allo sviluppo e comincio a farlo con l’idea di cercare di non curarmi più delle mie stock option ma delle opzioni di qualcuno che era un po’ meno fortunato di me» così inizia il terzo intervento, affidato a Giovanni Grandi dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.
L’attenzione si sposta sull’Africa occidentale, dove gli effetti dei cambiamenti climatici si manifestano con maggiore intensità nonostante una responsabilità marginale nelle emissioni globali.
Grandi ha descritto l’importanza crescente dei sistemi di allerta precoce, capaci di salvare vite e ridurre i danni economici legati agli eventi estremi. «Il 60% della popolazione africana è senza sistemi di allerta – riflette Grandi – i fenomeni meteorologici estremi sono la causa del 60% dei disastri per quanto riguarda le alluvioni, ma non dimentichiamo che il 95% delle morti è causato dalla siccità».
In questo contesto, il modello italiano di protezione civile rappresenta un riferimento riconosciuto internazionalmente, oggi condiviso con partner africani attraverso la creazione di centri operativi e programmi di formazione del personale locale. La diffusione della telefonia mobile è diventata lo strumento principale per raggiungere anche le comunità più isolate, facilitando il passaggio da un atteggiamento fatalista a una cultura della prevenzione.
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