Foto dell’evento: Democrazia digitale: comunicare e informare ai tempi dell’intelligenza artificiale con Paolo Benanti, Teresa Scantamburlo, Marco Bentivogli e Luca Grion. Moderatore: Luca Farè.
«Il metodo è la sostanza: quello che si dice, si fa» Luca Grion, docente di filosofia morale all’Università di Udine e presidente dell’Istituto Jacques Maritain, riassume con una battuta le Settimane Sociali di Trieste.
Grion, lei fa parte del gruppo esperti dell’ufficio CEI di Pastorale e del lavoro, come ha vissuto queste Settimane Sociali?
Il bilancio è decisamente positivo tenuto conto del fatto che c’erano due richieste che proveniva dai delegati che avevano partecipato alla precedente Settimana Sociale di Taranto: da un lato un approccio meno frontale e dall’altro una ritrovata centralità, un maggior protagonismo riservato ai lavori di gruppo.
Quello che si è visto a Trieste è stata una risposta a queste esigenze, con relazioni minori in termini di numero rispetto al Taranto e funzionali all’attivazione dei lavori di gruppo perché pensate per innescare una logica di discernimento comunitario.
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Una dinamica che era intuibile fin dal tema proposto.
Esattamente. Al cuore della democrazia: una reale dinamica di partecipazione che nasce dalla capacità da un lato di ascoltare e dall’altro di sviluppare le competenze. A Trieste le centinaia di delegati da tutta Italia hanno sperimentato un metodo che dava loro spazio di parola, un’occasione per costruire le proposte da parte dei delegati.

Come si inserisce il tema della democrazia rispetto a quello di Taranto 2021 che invece era Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro, tutto è connesso?
Ogni edizione delle Settimane Sociali ha un suo focus che in qualche modo finisce per ricollegarsi ai precedenti: Calgiari era incentrata sulla questione del lavoro dignitoso, Taranto ha legato il lavoro dignitoso all’ambiente in una città che per decenni ha dovuto scegliere proprio tra lavoro e ambiente. Da Taranto a Trieste c’è stata la continuità rappresentata dalle buone pratiche attive nella transizione energetica, a cominciare dalle CER animate dalle diocesi come Treviso.
L’attenzione del mondo cattolico verso le CER è figlia proprio dell’esperienza tarantina. Quale sarà il lascito più importante di Trieste?
Aver adottato un metodo coerente con la proposta teorica: al centro della Settimana Sociale c’è la tesi che al cuore della democrazia si trova una partecipazione quotidiana. L’idea, insomma, che la democrazia si nutre non tanto e non solo della partecipazione alle tornate elettorali ma si costruisce dal sentirsi parte di un’avventura comune facendosi carico anche della fatica che questo comporta. Il metodo è stato coerente con questa teoria, dando ascolto a tutti i partecipanti che hanno potuto portare le loro esperienze e costruire dal basso una proposta condivisa.
Il metodo curato dal prof. Giovanni Grandi, insomma, ha lasciato il segno.
Mi auguro sia qualcosa che continui, che rappresenti un punto di non ritorno anche perché sarebbe uno spreco coinvolgere così tante esperienze, intelligenze senza che queste possano essere protagoniste. L’idea che i delegati, rappresentazione delle nostre diocesi e territori, siano protagonisti anche nelle prossime edizioni mi piacerebbe fosse qualcosa di acquisito.
Un protagonismo, quello dei delegati, che si è sviluppato anche nella partecipazione alle Piazze della democrazia, gli incontri aperti alla cittadinanza.
Esattamente: l’altra grande novità che ho apprezzato è stata l’apertura alla città, un’esperienza che mi piacerebbe venisse mantenuta. Normalmente le Settimane Sociali, come i congressi dei partiti e dei sindacati, sono delle manifestazioni che dialogano ad intra, a Trieste invece c’è stata una proposta di apertura alla città fatta di incontri pubblici e buone pratiche: spero che questa consuetudine rimanga anche nelle prossime edizioni.
