Si è svolto il 26 gennaio 2023 l’evento promosso dalla Fondazione Lanza, in collaborazione con la Facoltà Teologica del Triveneto (FTTR), sul volume promosso dalla Pontifica Accademia della Vita (PAV) Etica teologica della vita. Scrittura, tradizione, sfide pratiche, a cura di Vincenzo Paglia. Si tratta di un testo che propone un percorso di vasta portata, per rimeditare la categoria di vita in un tempo inedito, alla luce del magistero di Francesco. Esso nasce infatti dal desiderio di valorizzare appieno il magistero che evidenzia importanti istanze fondamentali e la necessità di superare il divorzio tra teologia e vita.
Pubblichiamo il commento in chiave di teologia morale fondamentale elaborato da Antonio Autiero presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Lanza e docente emerito di Teologia Morale dell’Università di Münster.
IL CONTESTO
Il libro si presenta come corposo ed articolato rapporto su attività di riflessione e di discussione promosse dalla Pontificia Accademia per la vita (PAV).
Il progresso delle scienze biomediche e il suo riflesso sulle questioni etiche, giuridiche e sociali fa da sfondo alla necessità avvertita dalla PAV di mettere a segno un laboratorio di pensiero etico, afferente alle diverse questioni e alle sfide emergenti nel campo della bioetica. Il taglio scelto è quello specifico di una lettura di carattere teologico, condensata in maniera consistente in un testo di base, elaborato da un gruppo ristretto di autori e consegnato a una più ampia cerchia di partecipanti a eventi seminariali di discussione delle tesi in esso contenute. Il libro nel suo insieme declina i passaggi sequenziali di un discorso etico-teologico fondato nell’orizzonte della Sacra scrittura e illustrati da voci diverse, le cui angolazioni sono comprese nella ricca rassegna dei contributi dei partecipanti al seminario.
Va tenuto conto che il libro si inserisce in una più ampia tradizione di approfondimenti e di studi che a diverso livello le discipline teologiche vanno mettendo in campo per interpretare ed accompagnare l’elaborazione del pensiero etico in questo campo. Già in passato, infatti, talvolta anche in connessione esplicita con documenti del magistero su questioni morali, la ricerca teologica si era soffermata sulla comprensione e la portata di tali pronunciamenti: è il caso, per es., delle encicliche Humanae vitae (1968) e Veritatis splendor (1993).
Nel caso del presente libro non è evidente una connessione esplicita con eventi o ricorrenze che lo hanno occasionato. Esso attesta piuttosto quella percezione di un ripensamento etico-teologico legato sia alle sfide del progresso scientifico, sia anche agli spostamenti di enfasi nel magistero morale di questo ultimo decennio, segnato dal pontificato di Papa Francesco.
IL TEMA
La proposta contenuta nel libro – soprattutto nel testo base che lo anima – parte da una considerazione di carattere diagnostico, con cui si riassume l’approccio tradizionale della teologia morale della vita fisica, espressa nella sua focalizzazione su una sorta di razionalismo astratto e fisicismo naturalistico. Una simile ottica ha riflessi e conseguenze immediate sul modo di comprendere la natura delle norme morali e il ruolo della coscienza, con l’enfatizzazione di un approccio eteronomo e oggettivistico che sacrifica ed espropria la persona dalla sua espressione di soggetto morale consapevole e responsabile.
Il progetto su cui viene fatta convergere l’attenzione riflessiva intende marcare un perimetro più promettente per la teologia morale, ponendo al centro il rapporto determinante tra etica ed antropologia. Attraverso questa via si riscopre la valenza significativa sia delle esperienze etiche, sia anche l’ampiezza di senso della categoria di bene comune. Qui va sottolineato l’importanza e il merito che il libro offre per ridisegnare lo spazio della morale in un orizzonte non solo di ancoraggio alla realtà, mediante la considerazione delle esperienze, ma anche di finalizzazione della moralità, come via per la costruzione del bene comune.
Il recupero dell’antropologia consente di riscattare la categoria di vita dalla sua accezione quantitativa, espressa per lo più intesa in termini di fissazione naturalistica. La piega biologistica a cui era legata la visione morale della tradizione aveva desunto la carica normativa delle affermazioni proprio dalle costanti legate all’organismo corporeo e alle sue leggi di funzionamento. Proprio a queste veniva attribuito il senso di “natura” che imponeva argini e dettava regole per il comportamento morale. Aver superato la strettoia di questo asse portante e aver riconsegnato alla densità del concetto di persona, nella sua storia e nella sua responsabilità per il bene comune costituisce il guadagno principale in chiave di etica fondamentale del volume
LE PERSONE E LE LORO VITE
Lo spostamento verso una considerazione non quantitativa, ma qualitativa della vita trova il suo appoggio teoretico nell’impianto fenomenologico di cui il libro, soprattutto nel suo testo base, vuole avvalersi. L’approccio fenomenologico viene esplicitato a più riprese, orientando il lettore verso la consapevolezza della dinamica di ri-significazione dell’esperienza morale. Proprio per questo viene posta una particolare enfasi sull’importanza del linguaggio per cogliere il senso del vivere e aprire lo spazio di comunicazione tra soggetti che si fanno carico della responsabilità di costruzione della vita buona.
Alla luce di questa ottica posta alla base della lettura antropologica, il testo base del libro ritrova la strada di riconsiderazione di tre categorie rilevanti che dall’antropologia conducono al disegno di moralità nei confronti della vita. Si tratta di categoria che in definitiva tratteggiano il profilo distintivo del soggetto morale e ripropongono l’accesso alla tenuta normativa legata ad esigenze etiche di primaria grandezza.
Anzitutto c’è la categoria di dignità. Essa viene declinata in sintonia con l’autonomia morale del soggetto che qui viene considerata nella sua accezione dialogico.-relazionale. Non si può disconoscere lo sforzo di recupero che il libro consente, rispetto alle non poche resistenze che la tradizione etico-teologica aveva espresso nei confronti del tema dell’autonomia morale del soggetto, ritenuta come retaggio di una concezione illuministica, poco conciliabile con la visione cristiana. L’accezione dialogico-relazionale tende a superare sia le innegabili aporie di un concetto liberale di autonomia, sia anche le avversioni, talvolta ottuse, del discorso teologico. La pista relazionale diventa produttiva e risolutiva per l’uno e l’altro deficit e apre un ventaglio di accostamento del soggetto alla sua fonte di possibilità (rapporto con Dio) e al suo orizzonte di vissuto (la comunità degli esseri viventi). Su questa base – e forse in questo il discorso posto dal libro andrebbe maggiormente articolato ed esplicitato – il tema della dignità umana non rimanda solo alla sorgente di derivazione ontologica, ma pone seriamente la domanda di come tale dignità diventi esigente ed espressiva solo mediante le dinamiche di riconoscimento da parte dell’altro. Qui la marcatura normativa del concetto di dignità, mediante il riconoscimento, libera valenze di impegno morale e di prassi sociali e politiche di prima grandezza e di forte significato emancipatorio.
Il secondo fattor evidenziato dall’approccio antropologico del libro consiste nella categoria di responsabilità. Il percorso teoretico in chiave fenomenologico viene scandito dal libro mediante la ripresa della categoria di dono, come elemento determinante per la collocazione della vita nella dinamica dialogica di chiamata e risposta. Il libro articola una semantica del dono che sviluppa in modo preponderante nella direzione del dono ricevuto, pur mantenendosi lontano dall’incorrere nelle strettoie vincolanti di un’ottica chiusa del binomio dono-obbligo. All’economia del libro e alla sua intenzione teoretica e pratica gioverebbe una maggiore apertura verso lo spazio significativo della categoria di dono, nell’ottica aperta di binomio dono-libertà. Se si nasce, perché e fin tanto che si è destinatari di un dono, anche il far nascere deve mettersi nella corda lunga di un dono da espandere in libertà, mediante l’assunzione di responsabilità anche rispetto alle condizioni di possibilità e alle coordinate di migliore realizzazione possibile della vita che ne vuole scaturire. Qui il libro attesta aperture importanti rispetto all’assetto normativo dell’etica di inizio vita, ma potrebbe essere ancora più decisivo ed incalzante, a partire dalla fenomenologia del dono, di cui fa appropriatamente uso.
Infino il testo base fa riferimento all’asse evolutivo-dinamico della vita, nella sua cadenza biografica. Il filo rosso, soprattutto nel cap. XI è dato dalla considerazione delle età della vita. Qui la sottrazione dell’approccio all’indole astratta del concetto di vita è massimamente e lodevolmente evidenziata, come anche la capacità di riscoperta del vissuto. Gioverebbe, tuttavia, al libro una più attenta implicazione della sfera corporea nella dinamica evolutiva dell’esistenza e soprattutto della ricerca processuale di identità personale, le cui coordinate trovano nella cultura del genere una irrinunciabile chiave di lettura. Dedicare maggiore attenzione a questo aspetto porterebbe il discorso anche verso una più esplicita sensibilità inclusiva, rispetto a soggetti e gruppi di persone, la cui ricerca di identità è più faticosa e esposta a marginalizzazione, svantaggi e violenza.
Declinare il tema della vita nella pluralità e diversità delle esperienze singolari e incarnate appare sempre più un compito etico a cui non ci si può sottrarre. E come il libro ampiamente mostra, anche la teologia, nella sua lettura antropologica, può fare da risorsa.

Lascia un commento