Con questa news avviamo una nuova rubrica “Il Soffietto” del sito della Fondazione Lanza dedicata alla presentazione dei bollettini in Etica, Filosofia e Teologia, Etica e Medicina e Etica e Politiche Ambientali che propongono tre diverse rassegne bibliografiche aggiornate e disponibili online che dal 2022 guidano i lettori negli oltre 9000 titoli e 190 periodici disponibili presso la Biblioteca della Fondazione Lanza.
In questo prima news i testi citati sono tratti dal bollettino Etica e Politiche Ambientali (n. 1/25).
Il Soffietto: come un piccolo mantice che attizza le braci, così il breve testo nella quarta di copertina, nelle alette del volume o nella fascetta che lo racchiude ci invita alla lettura ravvivando la nostra curiosità. I libri che consigliamo sono disponibili anche in prestito presso la nostra Biblioteca.
La pandemia, lo sappiamo, ha ufficialmente sdoganato modalità di lavoro da remoto che fino a qualche anno fa sembravano poter essere relegate solo a poche e marginali sperimentazioni. L’abbiamo chiamato smart working ma da esso sono scaturite molteplici esperienze, dal south working per chi ha colto l’occasione per tornare ad abitare nei paesi del Centro – Sud Italia allo ski working a pochi passi dalle piste da sci passando dagli smart trekkers, nomadi digitali in quota.
Mille e uno neologismi ed anglicismi che si inseriscono in quel fenomeno contemporaneo che vede un numero crescente di persone in fuga dalle grandi città verso le montagne, alla ricerca di nuovi equilibri professionali ed umani. Sono i nuovi montanari che ripopolano i piccoli centri alpini, aprono attività commerciali e artigianali, creando nuove economie di prossimità.
«I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi»
Goethe
In questo filone si inserisce Migrazioni verticali, edito da Donzelli a cura di Filippo Barbera, Andrea Membretti e Gianni Tartari, che fin dalla copertina interroga i lettori in modo netto: la montagna ci salverà?

«La montagna non ci salverà, il sottotitolo del volume è volutamente provocatorio e lo confutiamo subito. – spiegava Andrea Membretti intervistato da lo Scarpone, storica rivista del CAI – Ma può costituire una possibilità di integrazione di risorse all’interno di uno spazio metromontano, se lo vogliamo leggere come noi proponiamo. A qualcuno non piace, perché predica l’alterità della montagna, e pensa che questa si debba salvare da sola, proteggendosi dalla città e dai cittadini che altrimenti la colonizzano. Per noi invece la montagna è abbondantemente integrata da decenni: soprattutto guardando alle Alpi e alla Pianura Padana, non c’è un’alterità radicale, ma un’integrazione, bisogna capire come giocarla a favore dei territori».
Non tutti i cittadini potranno mai diventare nuovi montanari, insomma, e l’imperativo diventa quanto più possibile far coesistere, convivere la città con la montagna, integrandole nelle pianificazioni reciproche. «Torino è l’unica città italiana che attua da tempo politiche metromontane, cercando un equilibrio fra valli e città – chiosa Membretti – Bologna ha iniziato un paio di anni fa, ma l’approccio generale è invece quello che vede la città assorbire la montagna senza attuare alcuna politica di integrazione».
Esperimenti di convivenza e collaborazione tra montagna e pianura si tentano da decenni: quando ancora le Alpi erano quasi esclusivamente boschi e alpeggi e la pianura una distesa di capannoni, Olivetti proponeva interessanti formule di coesistenza.
Ne parla un interessante articolo del Gambero Rosso, disponibile online: «la montagna non è mai stata abbandonata dagli operai olivettiani, erano le donne a lavorare nei campi in settimana, quando gli uomini erano “ alla fabbrica”».
Da allora molto è cambiato, anche il clima. Ce lo ricorda Virginia della Sala con il suo Migrare in casa, edito da Edizioni Ambiente. Un reportage che racconta gli italiani in fuga da fenomeni distruttivi ed eventi meteorologici estremi dovuti alla crisi climatica: chi sono, dove vivono ma anche dove andranno a vivere?

«Se io abitassi a Cancia cambierei residenza» dichiarava al Gazzettino Vittorio Fenti, geologo bellunese, dopo l’ennesima frana a Borca di Cadore, nel giugno di quest’anno. Cambiare casa, città e a volte persino Paese.
«Il concetto di migrante climatico, ancora non ufficialmente riconosciuto, è sfuggente. – spiega Virginia della Sala a Vita – Spesso lo associamo a chi proviene da Paesi meno sviluppati o a chi si sposta a piedi dopo una catastrofe, ma anche noi ci spostiamo per ragioni simili: salvarci, sopravvivere, cercare condizioni migliori. Pochi migranti partono con l’intenzione di non tornare, come in Italia. Si parte per un’emergenza, ma se al ritorno si trova la casa distrutta o le condizioni di vita sono insostenibili, restare altrove diventa inevitabile». Una lettura da abbinare a Le Alpi in fiamme di Sofia Farina e Michele Argenta con l’aiuto delle infografiche di Stefano Gaio, edito da Raetia, che si propone di raccontare il cambiamento climatico sulle Alpi attraverso il linguaggio dei fatti, delle esperienze dirette e della scienza.

Non migrano solo le persone ma talvolta anche le colture, come nel caso dei vitigni in quota. Definiti talvolta come eroici a causa dei terreni impervi e delle difficili condizioni di lavorazione, rappresentano anche una possibilità per mitigare gli effetti del cambiamento climatico sulle produzioni benché estendere le coltivazioni non sia l’unica via percorribile e forse neppure la più saggia. «Se fra vent’anni a Montalcino ci trovassimo con le uve di Sangiovese a inizio agosto surmature o mezze appassite? – si chiede Nicola Biasi, enologo specializzato in vitigni resistenti in un reportage sempre di Gambero Rosso – In quel caso chi se ne frega del Sangiovese, perché l’importante è il Brunello, è il territorio che va preservato: si parla di denominazioni di origine non denominazioni di vitigno. Cambiamo i disciplinari, naturalmente non di nascosto, consentiamo varietà che performano meglio in un dato territorio con i climi attuali e ognuno sceglierà quale strada seguire. Perché vorrei ricordare che a Montalcino 70 o 80 anni fa di Sangiovese ce n’era poco: era tutto Moscato e finché non è cambiato il clima funzionava molto bene, poi c’è stato giustamente chi ha puntato sul Sangiovese quando era il momento di farlo. Secondo me non dobbiamo essere troppo legati al vitigno, il vitigno è un mezzo, come l’enologo, come la barrique o le vasche di cemento o d’acciaio, come il cordone speronato o il guyot, per esaltare un territorio».
Un territorio da esaltare ma anche da amministrare coscienziosamente: in questo filone si inserisce Prove di prossimità – Esplorazioni sulla governabilità in quota nel tempo della post-globalizzazione di Stefano Piazza, edito da Cleup. Un saggio corposo, scritto dal docente padovano a partire da un assunto interessante: «nulla sembra opporsi alla totale fagocitazione statale delle specificità socio-territorali montane entro lo spazio sociale unico nazionale».

Le aree interne stanno perdendo la loro originalità organizzativa e politica?
«Ancora oggi, soprattutto nelle regioni di montagna, sono ancora presenti forme antichissime ed originarie di proprietà comuni, che comprendono boschi e pascoli, definite con diversi nomi e con diverse organizzazioni. – scrive Lisa Guzzi nel suo Il Ruolo Sociale delle Regole Cadorine, consultabile online su cadore.it – In Italia, sono presenti in diverse regioni, come in Veneto, Trentino, Valle d’Aosta, Friuli, Emilia Romagna, Sardegna, e sono note con i nomi di vicinie, consorzi, consorterie, comunioni, comunità, partecipanze e regole, ma in tutte l’organizzazione è simile; si basano su gruppi di famiglie proprietarie di un insieme indiviso di pascoli e boschi, sui quali esercitano in comune la pastorizia e dai quali traggono un reddito, che poi viene impiegato per le esigenze della vita sociale del gruppo. Alla gestione della proprietà comune provvede l’assemblea dei capi famiglia, sulla base di un insieme di regole le quali costituiscono gli statuti o codici rurali e si ispirano al concetto della solidarietà e dell’aiuto reciproco».
Solo Napoleone riuscì ad interrompere questa consuetudine secolare, abolendo la Magnifica Comunità di Cadore e favorendo la divisione del territorio in comuni. Passato Napoleone e fatta l’Italia, furono i cadorini a riportare in auge la Magnifica di cui è membro di diritto anche l’Arcidiacono del Cadore, un’atra istituzione questa volta religiosa che da oltre 800 anni definisce l’unicità di questo lembo di Dolomiti.
a cura di

La Biblioteca raccoglie circa 9.000 volumi monografici moderni. Sono presenti più di 30 titoli di periodici correnti in formato cartaceo e/o elettronico, circa 30 in solo formato elettronico e altri 130 periodici fermi ad una determinata annata. Dalle riviste vengono periodicamente selezionati articoli tematici. Approfondisci qui.
