A fine ottobre si è svolta a Cali in Colombia la 16a Conferenza delle parti della Convenzione internazionale sulla biodiversità (COP 16) con l’assunzione di alcuni impegni significativi, ma senza un accordo sui punti principali, in particolare senza aver deliberato le modalità di finanziamento del Global biodiversity framework fund (Gbff) necessario per sostenere le iniziative per proteggere il 30 per cento degli oceani e il 30 per cento delle terre emerse.
Pubblichiamo la rubrica mensile curata da Matteo Mascia, Coordinatore del Progetto Etica e Politiche Ambientali della Fondazione Lanza, in uscita ogni terza settimana del mese nel settimanale padovano la Difesa del Popolo.
Non ci sono i soldi per tutelare la natura, eppure siamo nel mezzo della sesta estinzione di massa, perché la velocità con cui si stanno estinguendo le specie è paragonabile a quanto avvenne in seguito all’impatto del meteorite di 65 milioni di anni fa in cui scomparvero i dinosauri. Solo che questa volta la distruzione non avviene a causa di un fattore esterno, un meteorite, ma di un insieme di fattori riconducibili direttamente alle scelte di sviluppo socio-economiche delle società umane: cambio nell’uso di suolo, sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, riscaldamento globale, inquinamento, invasione di specie aliene.
Poche aspettative sono rivolte anche nei confronti dei risultati della COP 29 sul cambiamento climatico che si è aperta in questi giorni a Baku in Azerbaijan, dove l’obiettivo principale dovrebbe essere quello di adottare nuove e più importanti misure di finanziamento per ridurre le emissioni globali e nello stesso tempo sostenere i paesi più vulnerabili nell’adozione di misure di adattamento, per ridurre gli impatti negativi del riscaldamento in corso.

Questi importanti appuntamenti multilaterali risentono inevitabilmente della grave crisi in cui versa la cooperazione internazionale e la crescente delegittimazione delle principali istituzioni intergovernative, dall’Onu all’Unione Europea, a causa della forte conflittualità economica-commerciale-militare tra paesi e aree geografiche, acuita dalle nuove guerre. Pur in un contesto così problematico, che non potrà che peggiorare a seguito della vittoria di Trump negli Stati Uniti d’America, bisogna però essere consapevoli che molte cose si possono fare e molte cose si stanno facendo a livello locale.
Vengono in aiuto le parole di papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, «l’istanza locale può fare la differenza. È lì infatti che possono nascere una maggiore responsabilità, un forte senso comunitario, una speciale capacità di cura e una creatività più generosa, un profondo amore per la propria terra, come pure il pensare a quello che si lascia ai figli e ai nipoti» (n. 179).

Ognuno è chiamato a fare la propria parte, portando il proprio contributo e il proprio impegno, per quanto piccolo, stimolando e accompagnando le decisioni politiche, ma anche rinnovando comportamenti e stili di vita così da promuovere e sostenere un più ampio e profondo cambiamento culturale. E se anche sappiamo che queste azioni da sole non sono in grado di contenere il riscaldamento globale e di promuovere la tutela della biodiversità «l’esercizio di questi comportamenti ci restituisce il senso della nostra dignità…ci permette di sperimentare che vale la pena passare per questo mondo» (LS 212).
Agire per la custodia del creato, casa comune della famiglia umana, e assumere la responsabilità di vigilare su questo bene così prezioso e fragile che, a seguito delle nostre azioni e attività si sta sempre più deteriorando, prima ancora che un impegno politico e un’opportunità economica, rappresenta un vero e proprio imperativo morale.
