Vulnerabilità: un’esperienza esclusivamente negativa?

Gli eventi che si verificano a livello locale e globale mettono sempre più in rilievo il carattere vulnerabile dell’essere umano, ma anche delle altre forme di vita nonché dell’ambiente in cui viviamo. Basti pensare ai fenomeni estremi e devastanti legati al cambiamento climatico, ai numerosi conflitti attualmente in corso in tutto il mondo (tra cui la guerra russo-ucraina e le recentissime ostilità in Medio Oriente) e ai conseguenti flussi migratori dovuti appunto a carestie, guerre e persecuzioni. Si accentuano così disuguaglianze, differenze di potere e sfruttamento, che rendono alcuni più vulnerabili di altri.

Francesca Marin, coordinatrice del Progetto Etica, Filosofia e Teologia, propone una riflessione sui vari significati della vulnerabilità, che saranno al centro del prossimo progetto di ricerca triennale della Fondazione Lanza.

In questo periodo storico caratterizzato dalle interconnessioni e dalle interdipendenze di un mondo globalizzato tali accadimenti mettono in evidenza non solo le ferite di coloro che sono direttamente coinvolti dagli eventi, ma anche la possibilità comune a tutti di subire un danno. In altre parole, è vulnerabile sia colui che presenta delle ferite particolari e contingenti, sia chi è potenzialmente suscettibile al danno. Si può allora parlare di uno stato attuale e potenziale della vulnerabilità, attribuendo altresì a quest’ultima un significato universale e particolare.

Limitandosi all’immagine appena delineata, la vulnerabilità presenta un’accezione prevalentemente negativa tant’è vero che, già a livello etimologico, essa rinvia al tema del vulnus, cioè della ferita. Visto che di quest’ultima rimane traccia anche dopo un processo di cicatrizzazione, vi è poi il rischio di guardare alla vulnerabilità in maniera statica, cioè come un tratto permanente se non addirittura un’etichetta applicata ad alcuni soggetti o gruppi di persone, come ancora oggi avviene per esempio nei confronti dei migranti e dei senza tetto.

Per evitare queste letture riduttive, è necessario valorizzare il rapporto dinamico individuo-società-ambiente e descrivere il soggetto vulnerabile non solo come la persona che si trova in uno stato di bisogno, ma anche come colui che ha la capacità di rispondere. Da un lato, infatti, occorre riconoscere come la vulnerabilità possa subire delle modifiche ed essere più o meno intensa, a seconda del momento e del contesto socio-economico e ambientale in cui si vive. Siamo dinnanzi a una tematica che mostra un vero e proprio intreccio di elementi soggettivi, sociali e ambientali, che devono essere presi in debita considerazione per rispondere alle varie vulnerabilità nella maniera più adeguata. Dall’altro lato, si deve guardare alla vulnerabilità come quel tratto peculiare dell’essere umano che lo apre all’ambiente circostante e gli consente l’incontro con l’altro. In altri termini, l’essere vulnerabili attesta il carattere relazionale dell’identità soggettiva e giunge a declinare la vita morale nella forma della sollecitudine e della cura sia di sé sia dell’altro.

In una tale cornice, tematiche quali il degrado ambientale, le migrazioni e le disuguaglianze sociali non riguardano più solo coloro che sono direttamente coinvolti o chi si adopera in prima linea per fronteggiare le varie criticità. Le ferite contingenti infatti consentono di riflettere su quelle potenziali e in entrambi i casi vi è prova del nostro rapporto con gli altri esseri umani, ma anche con le altre forme di vita e con l’ambiente in cui viviamo. Da questo punto di vista, la vulnerabilità non si traduce necessariamente in un’esperienza negativa; essa semmai, pur potendo essere causa di ferite, costituisce un’esposizione radicale verso la realtà tutta e verso gli altri, che richiede cura e attenzione.

15 ottobre 2023

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