Il recente evento di Niscemi ha riportato l’attenzione sulla fragilità del territorio italiano: un Paese, il nostro, strutturalmente soggetto a frane e alluvioni e perciò incredibilmente fragile
«L’Italia è, per sua natura, esposta al rischio idrogeologico. – scrivono nel loro contributo Marco Marani, Marco Borga e Antonio Annis pubblicato da la Difesa del Popolo – Frane e alluvioni sono parte costante della nostra realtà, per ragioni topografiche e climatiche, ma anche per la gestione del territorio e il consumo di suolo. Negli ultimi dieci anni si sono verificati oltre 6 mila eventi franosi considerati “principali”, cioè con danni o pericoli per persone e beni. Le piogge intense colpiscono un territorio fragile e amplificano instabilità già esistenti. Su quelle piogge non abbiamo controllo. Il rischio, quindi, non può essere eliminato, ma può e deve essere ridotto».
Sebbene l’Italia vanti una Protezione Civile all’avanguardia, ciò non riduce i rischi ma aiuta a gestirne l’impatto con la stessa logica applicata alla sicurezza stradale.
Proprio come abbiamo diminuito drasticamente la mortalità in auto attraverso tecnologia e regole, infatti, dobbiamo imparare a convivere con quello che gli autori definiscono «rischio residuo» ambientale attraverso una prevenzione consapevole.
Il cuore del problema risiede nella conoscenza e nella pianificazione. Sebbene molte aree vulnerabili siano già mappate, manca ancora una piena integrazione dei dati nei processi decisionali, specialmente per quanto riguarda l’impatto dei cambiamenti climatici.
In questo scenario, la ricerca scientifica gioca un ruolo cruciale. Centri d’eccellenza e progetti ambiziosi come il Pnrr Return – acronimo di multi-Risk sciEnce for resilienT commUnities undeR a changing climate, il più imponente sforzo di ricerca mai avviato in Italia per la gestione dei rischi naturali che coinvolge tanto università e centri di ricerca quanto colossi come Ferrovie dello Stato e Enel – stanno lavorando per colmare i vuoti informativi, utilizzando modelli statistici avanzati per stimare l’intensificazione dei fenomeni estremi, che potrebbero aumentare del 50% entro la fine del secolo.
«La sfida ora è trasformare queste conoscenze in strumenti concreti e condivisi. – concludono Marani, Borga e Annism – Sapere a quale rischio si è esposti dovrebbe diventare parte delle decisioni quotidiane: quando si acquista una casa, quando si pianifica un’infrastruttura, quando si amministra un territorio».
a cura di
Gianluca Salmaso

Marco Marani interverrà all’evento Effetto del cambiamento climatico sulle risorse idriche: come proteggerle e come proteggerci del 20 marzo prossimo, organizzato all’interno del ciclo Accogliere i limiti – Nel solco della Laudato Si’.
Immagine copertina: https://www.oldmapsonline.org/
