Vulnerabilità: provare empatia non è l’unica soluzione

Di fronte a problematiche globali quali disuguaglianze, differenze di potere e sfruttamento, l’empatia viene generalmente considerata in termini positivi perché consentirebbe di riconoscere i diversi volti della vulnerabilità e di rispondere adeguatamente ai bisogni di cura dell’altro. Ma è davvero così?

Vengono di seguito pubblicate le considerazioni sul tema di Eugenia Stefanello, dottoranda in Filosofia presso l’Università degli Studi di Padova e membro del gruppo di ricerca Etica, Filosofia e Teologia (EFT) della Fondazione Lanza.


Dinnanzi ad un mondo che sembra essere sempre più conflittuale e diviso, in cui le vulnerabilità degli individui e delle società emergono con forza crescente, l’empatia è stata da molti individuata come una possibile soluzione a tale condizione. In particolare, negli ultimi due decenni, il concetto di empatia ha goduto di un notevole successo sia nel dibattito pubblico che in quello filosofico.

Declinata nel suo senso comune, l’empatia è percepita, quasi all’unanimità, come sempre desiderabile, in quanto condizione di possibilità della sensibilità verso gli altri e della comprensione reciproca. 

La sua capacità da un lato di far provare al soggetto che empatizza ciò che sta provando l’altra persona, soprattutto se quest’ultima sta soffrendo, e di motivarlo a prendersene cura e, dall’altro, di fornire un accesso al contenuto della mente altrui assumendone il punto di vista, sembra fare del fenomeno empatico un aspetto centrale e positivo delle nostre vite intersoggettive

Per questo motivo, il fenomeno empatico è spesso considerato il candidato ideale non solo per individuare, ma anche per rispondere adeguatamente alle condizioni di vulnerabilità in cui l’altro soggetto coinvolto nella relazione empatica si trova.

Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica.

L’empatia sembra avere delle strutturali limitazioni che hanno delle conseguenze rilevanti, spesso problematiche, sul suo coinvolgimento nelle nostre vite morali in generale e nel nostro rapporto con le vulnerabilità altrui in particolare. Come sarà probabilmente capitato a molti, non tutte le vulnerabilità e non tutte le persone vulnerabili hanno lo stesso impatto empatico su di noi.

Difatti, tanto più l’altro è simile a noi, ci è vicino emotivamente, spazialmente e temporalmente, tanto più intensa sarà la nostra capacità di condividerne le emozioni e, quindi, di riconoscere le sue vulnerabilità. Questo mette in luce non solo il carattere fortemente parziale dell’empatia, ma anche la sua inaffidabilità come guida per l’azione, specialmente in quelle situazioni in cui i soggetti coinvolti non appartengano allo stesso gruppo (stessa etnia, stesso genere, stessa provenienza socioeconomica, ecc.).

Questa limitazione sembra particolarmente problematica nel contesto della vulnerabilità che, affliggendo spesso individui marginalizzati e, dunque, spesso percepiti come diversi, rischiano di rimanere invisibili a chi empatizza. 

Similmente, la nostra capacità e la nostra motivazione ad assumere empaticamente il punto di vista altrui sono modulate dall’identità dell’altra persona: la nostra comprensione empatica dell’interiorità altrui e della sua situazione specifica sarà tanto più accurata quanto più l’altro è percepito come simile. Eppure, soprattutto per rispondere adeguatamente alle vulnerabilità altrui, comprendere coloro i quali sono diversi da noi e la loro situazione sembra essere fondamentale.

In questo senso, benché l’empatia sia una componente fondamentale nella nostra relazione con gli altri, è altrettanto cruciale riconoscere le sue limitazioni e, alla luce di queste, sviluppare ulteriori e migliori strumenti per affrontare le sfide che la contemporaneità ci presenta. Coltivare altre capacità che ci rendano ricettivi ai bisogni altrui come l’apertura mentale o l’umiltà e affidarsi alla guida di principi morali come la giustizia e l’equità sembra essere il modo più efficace per rispondere alle vulnerabilità che ci circondano.

Eugenia Stefanello


Foto pexels.com

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