Per un’etica della transizione energetica

Pubblichiamo l’articolo scritto dalla professoressa Romana Bassi, docente presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’Università degli Studi di Padova, e contenuto nel Quaderno 1/2023 “Orientarsi nella transizione – la questione energetica tra etica, economia e politica” a cura di Matteo Mascia, Progetto Etica e Politiche Ambientali edito da Fondazione Lanza.

Il Quaderno è disponibile in versione integrale e gratuita qui: leggi il quaderno.

Tra adattamento e mitigazione: un equilibrio difficile

Quasi un decennio è trascorso da quando il filosofo statunitense Dale Jamieson decretava il fallimento della lotta contro il cambiamento climatico. In un ampio volume tradotto di recente in italiano con il titolo Il tramonto della ragione, egli prefigurava cosa ci avrebbe riservato il futuro climatico. L’allarme denunciava in realtà l’insufficienza delle politiche di mitigazione, volte a limitare l’aumento medio della temperatura del pianeta attraverso il contenimento dei livelli di gas climalteranti nell’atmosfera. La soglia di aumento di 1,5° C, fissata negli Accordi di Parigi del 2015, è stata vanamente riaffermata come obiettivo possibile a Glasgow ancora nel 2021 (COP26), nonostante sia da tempo evidente l’impossibilità di rispettarla. Eppure, proprio le iniziative orienta te a contenere e rallentare l’aumento di CO2 nell’atmosfera terrestre darebbero non solo le maggiori garanzie per il futuro climatico dell’umanità, ma anche il miglior ritorno economico a parità di risorse investite. Sarà bene dunque tener presente che, se pure di un fallimento è pressoché inevitabile parlare, ciò non significa chela strategia di riduzione delle emissioni di anidride carbonica non fosse valida, ma solo che quest’azione non è stata finora perseguita con sufficiente determinazione ed efficacia.

Alcuni tra i paesi più sviluppati e tra i paesi in via di sviluppo hanno optato per sottrarsi alle logiche della mitigazione e hanno finito per privilegiare una diversa linea d’azione, preferendo indirizzare risorse verso l’adeguamento delle infrastrutture, dei territori, degli insediamenti urbani, delle zone costiere in modo da limitare gli impatti e le conseguenze di una crisi climatica che di fatto è già avviata e in corso di evoluzione. Anche a causa del fallimento a cui sono andati incontro i tentativi di mitigazione delle cause della crisi climatica, si è realizzato il passaggio all’adattamento ai suoi effetti e questo segnala un radicale cambiamento di prospettiva, perché rischia di porre le strategie di mitigazione in alternativa a quelle di adattamento. 

Eppure, adattamento e mitigazione non possono essere considerate strategie mutualmente esclusive. Si tratta semmai di azioni complementari che devono integrarsi reciprocamente, tanto che agire in una direzione non può giustificare l’inazione sull’altro fronte. Sarebbe perfino banale rimarcarlo, se non fosse che di fronte a risorse limitate e a governi scarsamente lungimiranti è importante chiarire che quando discutiamo della transizione energetica stiamo parlando di strategie di mitigazione delle cause della crisi climatica. Ciò significa che, sebbene in termini di consenso politico e sociale sia in genere più agevole giustificare di fronte all’opinione pubblica l’impiego di risorse per l’adattamento agli effetti della crisi climatica, nondimeno continuare ad agire sul fronte della mitigazione è oggi più che mai necessario. 

Pur nella difficoltà geopolitica di stabilire una linea condivisa sul piano internazionale, permane la consapevolezza che la transizione energetica e la decarbonizzazione restano operazioni non solo imprescindibili ma anche estremamente urgenti. La conclusione di Dale Jamieson che il fallimento della strategia di mitigazione non implica affatto un abbandono di quest’azione finisce per risultare in linea con quanto ribadito anche di recente da Gaia Vince: “per ogni grado di aumento della temperatura che riusciremo a evitare, saremo più al sicuro; anche ogni decimo di grado è importante”. 

Entro questo orizzonte, dunque, qualsiasi ragionamento sull’etica della transizione energetica va a collocarsi.

Dall’urgenza all’emergenza: il tempo della responsabilità

La transizione energetica è resa problematica dal fattore temporale. Eppure, il tempo è anche la condizione di possibilità per agire. Per questo, tanta parte della negoziazione a livello internazionale ruota attorno a stabilire date limite entro cui gli obiettivi di neutralità carbonica vengano raggiunti nel quadro degli accordi internazionali. Tuttavia, sul tempo dell’azione il discorso pubblico tende a farsi confuso. Come abbiamo visto, può segnare lo slittamento dalla responsabilità rivolta alla mitigazione della crisi climatica alla responsabilità volta all’adattamento, intendendo così il tempo limite come un tempo-scaduto, soprattutto a fronte della mancata ratifica degli accordi internazionali da parte dei paesi maggiormente responsabili di emissioni climalteranti. Può presentarsi come il tempo che impone il cambio di rotta, scandito dagli orologi climatici che proiettano nelle metropoli in tempo reale il calcolo di quanti anni ci separino dal punto di non ritorno. 

Ma per motivare all’azione e all’assunzione di responsabilità c’è poi anche chi si preoccupa di rassicurare che “non è ancora troppo tardi” e “siamo ancora in tempo per agire”. Gli stessi modelli climatologici su questi orizzonti di previsione offrono risposte che presentano una certa variabilità.

La responsabilità della transizione energetica incomincia dalla presa d’at to che l’azione tempestiva è mancata quandosarebbe stata opportuna, più ef ficace ed economicamente agevole. Tanto tempo è andato perduto da quando le prime proiezioni furono divulgate oltre cinquant’anni fa dal Club di Roma con la pubblicazione dei Limiti della crescita (1972). Dalla tempestività della conoscenza senza azione si è passati all’urgenza degli allarmi e degli appelli all’azione fino a giungere ormai sulla soglia dell’emergenza. 

Per questa ragione l’azione che si rende necessaria ora deve essere tanto più radicale e incisiva proprio perché commisurata al tempo che resta, al tempo-limite, alla soglia del tempo che sta per scadere.

Pertanto, l’etica della transizione energetica ha dovuto innanzitutto prendere atto di uno scarto, vale a dire dell’impossibilità di ragionare su questi problemi come se non ci riguardassero, come se potessimo analizzarli con distacco dall’esterno, esaminandoli in termini ipotetici o teorici, discettando di essi nel quadro di una teoria ideale della giustizia. 

Invece, l’etica climatica si presenta nelle vesti di una “etica dell’emergenza”, perché non è più possibile ragionare in astratto come se la situazione ideale fosse attuale o anche solo possibile, come se il problema della crisi climatica non esistesse o fosse evitabile. La deliberazione etica muove dunque in questo caso da un punto d’osservazione di per sé moralmente compromesso, in quanto caratterizzato dalla situazione di rischio, di incertezza, di allarme, di disuguaglianza e di ingiustizia in cui l’umanità si è venuta a trovare a causa della crisi climatica.

Entro questo orizzonte, le soluzioni su cui ragionare, perfino quando si riletta sulla transizione energetica, non potranno aspirare ad essere eticamente giuste. Anche quando si privilegi il ricorso a fonti energetiche rinnovabili, si tratta pur sempre di individuare le soluzioni che si presentano come meno ingiuste, visto che anche la transizione energetica verso un futuro a basse emissioni (si pensi ad esempio al dibattito sui biocarburanti) farà emergere nuovi profili di ingiustizia.

Questi ultimi sono legati al riconoscimento di interlocutori privilegiati a fronte del mancato riconoscimento delle altre parti coinvolte, alla distribuzione potenzialmente iniqua di rischi e benefici, all’opacità procedurale con cui le decisioni vengono assunte. Queste nuove ingiustizie si affiancheranno alle precedenti ingiustizie climatiche, legate ai sistemi basati sull’energia fossile, tanto più che è agevole prevedere la coesistenza di sistemi energetici ad alto e a basso impatto fianco a fianco per una certa durata di tempo. Anche quando le soluzioni sul piano tecnologico appaiano accessibili bisogna riflettere sulla dimensione etica delle scelte che abbiamo davanti e soprattutto non si può prescindere da una discussione pubblica ampia sui temi della sicurezza e della povertà energetica.

Il limite dell’azione

La correlazione tra disuguaglianze, giustizia climatica e scelta delle fonti energetiche è questione complessa, in cui si intrecciano prospettive economiche, tecnologiche e politiche innanzitutto. Su ognuno di questi piani le scelte che si compiono rimandano a un orizzonte etico, che se ne sia consapevoli o meno. Mi limiterò ad accennare a un paio di problemi, per mostrarne la sottesa connotazione morale.

Tanto sul piano economico, quanto su quello tecnologico, una tentazione ricorrente è l’aspirazione a negare l’esistenza del limite. Sono note le aspirazioni irrealistiche a una crescita economica che si vorrebbe illimitata, ma una tentazione non dissimile si presenta anche in ambito tecnologico, dove assume la forma della ricerca di una fonte di energia illimitata a emissioni zero e senza scorie che si ritroverebbe nella fusione nucleare. 

Al momento la fusione nucleare avviene nel Sole, mentre sul nostro pianeta i sistemi fotovoltaici consentirebbero già ora di coprire il fabbisogno energetico. Sul piano economico poi, l’abbattimento dei costi, come evidenziato di recente dall’International Energy Agency, fa dell’energia solare uno dei mezzi di maggiore efficacia per la riduzione delle emissioni. Ragionare in termini di giustizia energetica distributiva, diequità nella distribuzione di rischi e benefici, di sicurezza energetica e di accessibilità alle fonti energetiche rende palese che l’opzione a favore dell’energia solare non è solo la scelta a favore di una soluzione tecnologica sorretta da ragioni economiche, ma risponde anche a precisi criteri di etica dell’energia.

Dietro le scelte energetiche si pongono poi anche valutazioni di etica pubblica in merito alla stabilità o alla stabilizzazione degli equilibri geopolitici e al ruolo della dipendenza energetica da regimi illiberali o autocratici. Tuttavia, losfruttamento delle fonti di energie rinnovabili solo apparentemente risolve il problema della dipendenza energetica. Semmai questo problema si sposta sul versante della dipendenza tecnologica, quando si consideri ad esempio il caso degli squilibri indotti dallo sviluppo delle tecnologie per lo sfruttamento dell’energia solare e specificamente del monopolio cinese a fronte della latitanza tecnologica europea in questo ambito. La responsabilità politica della transizione energetica si traduce allora anche nell’impegno a sostenere lo sviluppo delle tecnologie correlate alle energie rinnovabili, in un quadro che comunque non può prescindere da un orizzonte di cooperazione globale.

C’è tuttavia un nodo politico ancora più fondamentale, a cui le scelte ener- getiche inducono a prestare attenzione.

Nella forma, provocatoria e paradossale, in cui era stata sintetizzata nel 2019, prima dello scoppio della pandemia e del conflitto russo-ucraino, la questione si poneva in questi termini: può la democrazia sopravvivere alla transizione energetica? Inviterei tuttavia a rovesciare la prospettiva e, tenendo presente ad esempio il caso dell’attuale crisi energetica in uno stato come il Sud Africa, la questione mi sembra piuttosto se possa una democrazia sopravvivere a una situazione di povertà energetica o resistendo alla transizione energetica verso fonti rinnovabili.

Appare emblematico a questo riguardo il caso della città di Frankfort in Sud Africa, per cui l’Alta Corte locale ha stabilito ad Aprile 2023 l’illegalità di far fronte al razionamento energetico e ai black-out programmati dalla rete elettrica nazionale (alimentata da centrali a carbone) ricorrendo all’energia solare generata da un ampio impianto di proprietà privata, con il paradosso che la città resta priva di energia elettrica fino a 16 ore di fila durante le ore diurne, quando l’irraggiamento solare garantirebbe energia disponibile a basso costo e l’energia generata non può venire legalmente utilizzata. Oggi l’interrogativo da porsi è semmai se possa darsi democrazia profonda senza giustizia energetica e senza il ricorso a fonti di energia rinnovabili.

Verso quale futuro?

Nella discussione pubblica intorno alla transizione energetica permangono zone opache non adeguatamente messe a fuoco. Tra i molti aspetti su cui si potrebbe ragionare, due questioni di fondo mi sembrano più di altre ineludibili per le loro implicazioni etiche.

Un primo nodo problematico si rintraccia nella volontà (ma caparbietà sarebbe forse termine più appropriato) di immaginare una transizione energetica che muti le fonti di approvvigionamento energetico conservando intatto il nostro tenore di vita. Ciò che si richiede, in maniere più o meno esplicite, alla transizione energetica, è di farsi garante del nostro livello d ibenessere, al pun to che questo aspetto diventa non solo criterio discriminante, ma viene elevato a paradigma di validità e di valutazione della bontà e della fattibilità della transizione energetica stessa.

Non solo, è talmente evidente che proteggere il nostro stile di vita costituisce la preoccupazione fondamentale (congiuntamente della politica e dell’economia) che di fronte ai problemi posti dall’approvvigionamento energetico in conseguenza del conflitto russo-ucraino sono stati accantonati i buoni intenti legati alla de-carbonizzazione e sono state considerate accettabili pratiche escluse in linea di principio, quali la riattivazione delle centrali a carbone in Germania ad esempio. 

Credo che bisognerebbe chiedersi quando e come saremo disposti a ribaltare la prospettiva e a considerare il nostro stile di vita una variabile dipendente dalle scelte energetiche, invece di considerare le scelte energetiche una variabile dipendente del nostro livello di benessere.

Nonostante un tale cambiamento di mentalità appaia irrealistico o utopico ai più, forse le giovani generazioni su questo aspetto hanno incominciato a comprende che il ricorso oculato e consapevole alle risorse energetiche deve accompagnarsi a un ripensamento di pratiche socialmente condivise che fino ad ora non sono state eticamente connotate perché ritenute neutre o moralmente non rilevanti. Questo è, con tutta evidenza, non solo un angolo cieco, ma rappresenta un vero e proprio tabù, un discorso sul versante economico che non si intende neppure impostare. 

Caduta da tempo l’illusione di una possibile decrescita felice, la crisi climatica impone un ripensamento globale, prescindendo dal quale qualsiasi transizione energetica rischia di rivelarsi irrilevante. Abbiamo davanti una svolta etica tutta da costruire, centrata sui criteri e i modi dell’uso dell’energia, ma mentre Hans Jonas pensava che la svolta etica sarebbe stata condotta in porto dalla saggezza delle classi dirigenti politiche illuminata dal faro della scienza, risulta ormai evidente che su quel fronte mancano le necessarie doti di disponibilità all’ascolto, coraggio, lungimiranza. Un secondo snodo risiede in una domanda a cui rispondiamo in maniera implicita quotidiana mente attraverso le nostre scelte e le nostre azioni, e che va portata a consapevolezza, perché ad essa non ci si può sottrarre: che idea di umanità futura abbiamo in mente e che umanità stiamo incarnando per l’umanità futura

Un’umanità costituita di consumatori, atomizzata e individualista, in balia delle pulsioni consumistiche e del mercato, mossa dal calcolo razionalistico e guidata dal criterio del proprio esclusivo interesse? Finché questo resta il modello, qualsivoglia forma di transizione energetica potrà essere solo una tecnica tampone, la cui applicazione avrà portata limitata. Un paradigma della cura per il futuro dell’umanità, per poter essere messo in pratica, fa riferimento a una diversa idea di umanità, centrata sulla relazione, su una visione della dimensione collaborativa e condivisa delle pratiche e delle scelte, anche energetiche. 

Anche in un contesto come quello delineato dalla teoria dell’agire comunicativo di Habermas, resta pur sempre centrale per la stabilità dell’assetto democratico il riconoscimento della dimensione plurale aperta al confronto e alla discussione pubblica.

Attraverso un’idea di relazionalità allargata a includere l’ambiente, le generazioni future e le popolazioni distanti da noi geograficamente si può comprendere meglio come dovrebbe o potrebbe configurarsi l’orizzonte del futuro che vogliamo, soprattutto in termini di scelte energetiche che non risultino penalizzanti e produttrici di nuove ingiustizie e di nuove disuguaglianze. Il discorso sull’equità globale, del resto, è stato posto al centro dell’attenzione dal nuovo programma del Club di Roma: Global equity for a healthy planet.

Il punto sostanziale, mi pare, è da un lato a cosa siamo disposti a rinunciare perché questa opzione possa realizzarsi, riconsiderando il nostro sistema dei bisogni, distinguendo tra bisogni essenziali e non, ovvero tra bisogni e desideri. Dall’altro lato, contestualmente, la questione è a cosa non vorremmo mai dover pensare di rinunciare in questo processo: democrazia, libertà e pace. 

Una transizione ecologica ed energetica che non garantisca il loro esercizio e sviluppo non potrebbe in alcun modo definirsi giusta.

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