La sfida etica dell’algoritmo, dalla musica alle prossime elezioni
Quale impatto avrà l’intelligenza artificiale sulle nostre vite? Quale impatto ha già avuto, ad esempio, sul nostro lavoro e sulle nostre democrazie?
L’informatica, come ogni industria, segue dei cicli, delle mode che si creano, si impongono e progressivamente scivolano ai margini del dibattito senza mai di fatto andarsene del tutto.
Vale per il tessuto denim che resiste ad ogni novità dello stile, vale per i media che si accumulano senza sostituirsi fino in fondo e vale anche per la tecnologia.
Se il primo decennio del secolo si è concluso con le primavere arabe, facendoci sperare che il digitale connesso fosse lo spazio dove si sarebbe diffusa e rafforzata la democrazia liberale, la fine del secondo decennio, con le rivolte di Capitol Hill, ci ha iniziato a far temere per il futuro della democrazia nello spazio digitale-computazionale. L’avvento delle intelligenze artificiali sta di nuovo cambiando l’orizzonte.
Fra Paolo Benanti
Non ha usato mezzi termini fra Paolo Benanti, consigliere del Papa sull’intelligenza artificiale e l’etica della tecnologia oltreché unico italiano nel Comitato sull’intelligenza artificiale delle Nazioni Unite, nel suo intervento su Formiche.net dove è arrivato a teorizzare i rischi di un centralismo computazionale, ovvero i limiti di un’intelligenza artificiale “unica”. È lecito aspettarsi che questo tipo di sensibilità sarà al centro anche dell’intervento del Pontefice al prossimo G7.
Sulla stessa lunghezza d’onda, dall’altra parte del mondo si sono espressi Yomiuri Shimbun e NTT Corp, rispettivamente il più grande quotidiano e la più grande società di telecomunicazioni giapponesi, che hanno lanciato l’allarme sull’intelligenza artificiale generativa lasciata incontrollata.
L’obiettivo è raggiungere uno stato in cui gli esseri umani possano confrontare in modo indipendente più AI con diversi algoritmi e fare in modo che le persone selezionino tra loro in modo che il loro pensiero non sia dominato dalla visione del mondo presentata da specifiche AI. […] Operando più AI insieme come una costellazione, le AI possono imparare e monitorarsi a vicenda. La tecnologia dovrebbe frenare la diffusione di fenomeni specifici dell’AI come le “allucinazioni” – in cui l’AI, in risposta alle domande, fornisce risposte come se fossero fatti su questioni che non esistono – e giudizi di parte.
La proposta di costellazione di intelligenze artificiali proposta dai giapponesi.
Se la formazione del consenso democratico e dell’opinione pubblica può essere in qualche modo insidiato dall’utilizzo senza filtri né regole dell’AI, la sua pervasività nell’immediato rischia d’essere maggiore nelle professioni creative.
È il caso del cinema, ad esempio, dove gli sceneggiatori di Hollywood hanno scioperato anche per evidenziare i pericoli che l’utilizzo dell’AI potesse sostituire il loro lavoro.
La protesta si è presto estesa anche al mondo della musica dove il rischio è che l’algoritmo se la canti e se la suonI da solo, riproducendo digitalmente anche la voce di un cantante famoso, magari passato a miglior vita da decenni.
L’Artist Rights Alliance, che si occupa di tutelare i diritti e i compensi degli artisti sulle piattaforme digitali, chiede che gli sviluppatori, le aziende tecnologiche e i servizi di musica digitale si impegnino a non sviluppare tecnologie o strumenti per la creazione di musica tramite intelligenze artificiali «che minino o sostituiscano l’arte umana di cantanti e artisti o ci neghino un equo compenso per il nostro lavoro».
il Post
Spiegano gli artisti ripresi da il Post ma per capire anche solo un briciolo del potenziale dello strumento, si può vedere uno delle centinaia di video totalmente digitali che hanno come protagonista Gerry Scotti. Qui mentre canta Gangnam Style. Non è certo l’impiego più strano della tecnologia del cosiddetto deep fake: in Spagna, la popolare trasmissione televisiva l’Isola dei famosi è condotta da un’influencer creata in digitale Alba Renai e in Cina una logica simile viene usata, nei cimiteri, per dare ai familiari l’illusione di poter continuare ad interagire con il caro estinto, ricreato digitalmente.
Con l’intelligenza artificiale lavoriamo insieme da anni, già nel 2019 la catena di supermercati Walmart avviava una sperimentazione in cui alla macchina era destinato il monitoraggio continuo di tutto ciò che riguardava il grande negozio che in 4mila metri quadrati conteneva oltre 30 mila prodotti, come raccontava Wired.
L’intelligenza artificiale non utilizza le telecamere per capire cosa hanno preso le persone, sommare il costo di tutti i prodotti e mandare lo scontrino via app. Il suo scopo è essenzialmente quello di fare l’inventario: il sistema monitora la data di scadenza dei prodotti e controlla quante confezioni sono rimaste. Se qualcosa è finito o sta andando a male, avvisa i dipendenti che possono così prenderlo in magazzino o ordinarlo di nuovo. Nel negozio continueranno, infatti, a lavorare circa 100 persone. […] L’AI è molto avanzata poiché riesce contemporaneamente a riconoscere i prodotti sugli scaffali, a monitorare la loro quantità, a incrociare questi dati con quelli sulla domanda e, eventualmente, ad avvisare il personale.
La chiave della convivenza fra uomo e macchina, per rendere complementari intelligenze naturali e artificiali, è insita nella sua gestione etica. Se da un lato bisogna insegnare alla macchina attraverso i dati di cui si alimenta ad auto controllarsi in serie, come teorizzano i giapponesi, dall’altro bisogna formare i ragazzi e le ragazze, le nuove generazioni, ad un mondo che cambia velocemente, come spiega il prof. Paolo Gubitta dalle colonne de la Difesa del Popolo.
«La giusta transizione vuol dire che nessuno deve restare indietro e per affrontare cambiamenti così frequenti e veloci serve imparare abilità di base che aiutino le persone a interpretare un mondo che cambia, rinunciando a specializzarsi da giovani e rimandando all’ultima fase delle superiori – immagina ancora Gubitta, delineando de facto un percorso scolastico che sembra in tutto e per tutto una versione 2.0 del modello montessoriano – L’obiettivo è arrivare a una formazione che a me piace definire plug & play, “modello Lego”, che mi permetta di perfezionare la mia formazione non con piani di studio da decine di ore ma con blocchi da due o tre ore di formazione finalizzata»
GIANLUCA SALMASO
