A margine della presentazione del suo ultimo volume tradotto in italiano Vulnerabilità, una sfida per la bioetica edito da Mimesis Edizioni, il professor Henk ten Have ha rilasciato un’intervista al settimanale padovano la Difesa del popolo, pubblicata nel numero in uscita in questi giorni in edicola, in parrocchia e online per gli abbonati.
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Alla presentazione hanno preso parte anche don Renzo Pegoraro, cancelliere della Pontificia Accademia per la vita e Leopoldo Sandonà, docente e coordinatore del Progetto Etica e Medicina della Fondazione Lanza, entrambi curatori dell’edizione italiana del saggio.

Professor ten Have cosa ci insegna la vulnerabilità in questa stagione post-pandemica e come l’esperienza che abbiamo vissuto ha rinnovato la sfida per la bioetica?
«L’esperienza della pandemia ci ha fatto capire che tutti gli esseri umani sono vulnerabili perché tutti potrebbero essere contagiati. Non è però lo stesso per tutti nella stessa misura perché alcune persone, le più anziane così come i disabili e i malati cronici, hanno corso un maggior rischio di morire. Quindi, se da un lato si può dire che la pandemia è stata un’esperienza condivisa, come trovarsi nella stessa tempesta, non possiamo dire di essere stati però sulla stessa barca, perché esistono sempre differenze tra le singole persone. Ci si può proteggere da un pericolo ma mai completamente e mai tutti allo stesso modo persino rimanendo in casa, anche perché qualcuno ha dovuto continuare a lavorare all’esterno…».
La pandemia è stata un’esperienza condivisa, come trovarsi nella stessa tempesta, non possiamo dire di essere stati però sulla stessa barca.
Henk ten Have
L’intervista, disponibile integralmente online, è poi proseguita confrontando le diverse esperienze nel campo della vulnerabilità tra Stati Uniti ed Europa, senza dimenticare il ruolo della fede e delle religioni in materia.
Che ruolo può avere la religione nel ridurre la distanza rispetto a questioni bioetiche e di vulnerabilità?
«Penso che la religione sia principalmente un discorso di significato: dobbiamo accettare di essere vulnerabili, ma anche che questa nostra caratteristica non è necessariamente qualcosa di negativo perché per superarla ci porta all’interazione con altre persone, esprimendo solidarietà e comunicando con gli altri. Non dovremmo, insomma, concentrarci solo su noi stessi e sulla nostra condizione, ma uscire nel mondo esterno e comunicare con gli altri, aiutandoli ad affrontare la loro vulnerabilità».

Henk ten Have sarà protagonista, nella primavera 2025, della spring school Global bioethics, human rights and vulnerability. Non appena disponibili, tutte le informazioni saranno pubblicate nella pagina dedicata.

