Pubblichiamo un breve contributo originale proposto da Giuseppe Bon, docente del corso in Scienze biomediche e bioetica presso IUSVE – Istituto Universitario Salesiano di Venezia, intorno alla vulnerabilità tra frammentazione dei saperi e delle pratiche e precarietà della vita.
Una analisi anche sommaria della questione vulnerabilità in ordine ai soggetti che partecipano alla relazione di cura appare in via preliminare piuttosto problematica. Il termine infatti risulta assente nei documenti fondamentali di alcune fra le professioni sanitarie più rappresentative, come ad esempio il Profilo Professionale dell’Infermiere (DM 739 del 1994) oppure il Codice Deontologico delle medesima professione (FNOPI, 2019).
Per sfuggire al rischio di evanescenza che accomuna molte parole fortunate del mondo sanitario può essere adeguato collocare (e in tal modo far emergere) questa categoria dagli sfondi che caratterizzano lo scenario contemporaneo.
Un primo sfondo appare caratterizzato dalla categoria della frammentazione: dei saperi, delle pratiche, degli assetti organizzativi ma anche delle relazioni dentro i contesti della cura e dell’assistenza. Un secondo sfondo, in un orizzonte più allargato, evidenzia chiari i segni di un sentimento di precarietà collettiva e insieme di sfiducia in tutte le grandi istituzioni sociali (politiche, sindacali, scolastiche, istituzionali, religiose), ivi compresa quella sanitaria.
Calata dentro questo scenario, la categoria della vulnerabilità appare ad un tempo bicefala (un po’ come il termine ospite) e poliedrica o, meglio, eptaedrica. E ciascuna faccia di questo eptaedro esprime ad un tempo la vulnerabilità dei curanti e dei curati, quella degli assistenti e quella degli assistiti:
a) la vulnerabilità del corpo, che nella malattia assume non di rado la dimensione di un tradimento;
b) la vulnerabilità delle relazioni, fra pazienti e curanti, ma anche dentro i gruppi di lavoro;
c) la vulnerabilità dello scenario intergenerazionale che interpella, più che sul versante anagrafico, su quello di una istanza di grammatica valoriale e antropologica da condividere;
d) la vulnerabilità della categoria “famiglia” intesa sia nel senso del paziente che sul versante delle appartenenze organizzative;
e) la progressiva sanitarizzazione della vita, che espone inevitabilmente alla mercificazione dell’ “oggetto salute”;
f) l’erosione di ogni orizzonte di senso, che accomuna le dimensioni della salute e della malattia ma anche quelle del lavoro di cura e del servizio;
g) un senso diffuso di vulnerabilità che accomuna non solo assistenti e assistiti, ma che coinvolge dalle fondamenta i sistemi e le organizzazioni sanitarie.
Fra i molti meritevoli di approfondimento, tre territori umani appaiono in questa prospettiva particolarmente esposti: il primo riguarda le persone con problemi di salute mentale, il secondo le persone in condizioni di domiciliazione coatta, il terzo le persone anziane sole.
Così inteso, il tema della vulnerabilità si pone come una istanza antropologica ed etica ma insieme anche come istanza operativa e organizzativa. In questa prospettiva, che muove dalla consapevolezza di una vulnerabilità che tutti ci tocca in un comune tessuto connettivo relazionale il ripensamento di questa categoria può aiutare ad indicare la strada per costruire relazioni sollecite, premurose e dignitose fra i diversi soggetti della cura e dell’assistenza.
Giuseppe Bon
