Pubblichiamo l’editoriale di Francesca Marin, Matteo Mascia e Leopoldo Sandonà, coordinatori della Fondazione Lanza, tratto dall’ultimo numero della Rivista edita dalla Fondazione.

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Il presente numero della rivista Etica per le professioni raccoglie i contributi offerti durante il secondo anno di ricerca del progetto triennale della Fondazione Lanza sul tema della vulnerabilità. Dopo aver indagato nel primo anno (2023-2024) i vari significati e volti della vulnerabilità presenti sul piano individuale, sociale e ambientale, il secondo anno (2024-2025) ha spostato il focus dalla reciprocità degli attori allo sguardo che il soggetto vulnerabile può avere di sé stesso, con delle inevitabili implicazioni nel presentarsi all’altro. Nello specifico, dopo aver posto l’attenzione sull’incrocio degli io e dei tu in fase di riconoscimento e di risposta alla vulnerabilità, è stato affrontato il tema dell’identità del soggetto vulnerabile con la lente di ingrandimento del diritto e dei diritti, mantenendo un’attenzione verso la vulnerabilità delle altre forme viventi, dell’ambiente nonché delle generazioni future.
L’interazione tra il concetto di vulnerabilità e il lessico dei diritti può concorrere positivamente alla qualificazione dei titolari di diritti, palesando le loro concrete condizioni di vulnerabilità e bilanciando gli interventi nei confronti delle vulnerabilità speciali. Permangono tuttavia dei nodi problematici: relativamente all’ambito umano, si registrano episodi di conflitto tra diritti (come, ad esempio, tra il diritto alla salute e quello al lavoro) e si assiste a una proliferazione di nuovi diritti basati su preferenze individuali. Per di più, la prospettiva ormai consolidata del riconoscimento della dignità delle altre creature solleva interrogativi in merito al rapporto tra vita umana e non umana, e l’introduzione nel quadro giuridico di un’esplicita tutela dell’ambiente e delle generazioni future chiede delle risposte adeguate verso un’alterità presente e futura che è vulnerabile e “non ha voce”. Come si può, allora, adeguatamente correlare la nozione di vulnerabilità con il paradigma dei diritti?
I primi tre contributi del presente numero affrontano questa sfida attraverso prospettive complementari di carattere etico-filosofico e teologico. In particolare, Elena Pariotti analizza il rapporto tra vulnerabilità e linguaggio dei diritti umani, sostenendo innanzitutto come la vulnerabilità non possa essere intesa come un principio in quanto manchevole di forza normativa; essa è semmai un concetto euristico capace sia di guidare la progettazione e l’attuazione delle normative e delle politiche pubbliche, sia di orientare l’attuazione dei diritti in una direzione più inclusiva e attenta alle concrete condizioni dei soggetti. Detto altrimenti, la vulnerabilità consente di superare l’astrazione del soggetto di diritto, permettendo altresì di individuare delle condizioni in cui i diritti potrebbero essere violati o necessitare di una protezione speciale.
La nozione qui oggetto di analisi può svolgere un ruolo rilevante per la politica e il diritto anche rispetto alla tutela degli assenti futuri: è quanto sostiene Ferdinando G. Menga, che, approfondendo il nesso strutturale tra vulnerabilità e giustizia intergenerazionale, mostra come le generazioni future – declinate come “assenze che contano” – rappresentino nella massima estensione la dimensione della vulnerabilità. In effetti, la possibilità di esistenza dei soggetti futuri dipende dal riconoscimento nello spazio pubblico odierno delle generazioni future, ma gli attuali orientamenti etici, politici e giuridici sono per lo più caratterizzati da una logica di presentismo che ostacola un agire responsabile verso l’altro temporalmente lontano.
Per riconoscere e tutelare la vulnerabilità degli assenti futuri, occorre ripensare radicalmente il rapporto tra essere umano, altre forme di vita e ambiente. Vanno proprio in questa direzione le riflessioni di Martin M. Lintner, che, proponendo una prospettiva etico-teologica sui diritti delle generazioni future, radica la responsabilità intergenerazionale nella vulnerabilità come condizione creaturale. Esplicita quanto appena detto l’“antropocentrismo situato” proposto da Papa Francesco perché riconosce l’interconnessione tra le varie forme di vita e la fragilità degli ecosistemi, fondando così un’etica della cura che si estende dalla vulnerabilità umana a quella ambientale, nella consapevolezza che prendersi cura del creato significa partecipare all’opera creatrice di Dio e garantire un futuro abitabile per chi verrà dopo di noi.
Nella seconda parte del numero la prospettiva della vulnerabilità è affrontata in chiave giuridico-economica all’interno della cornice bioetica delle vulnerabilità speciali. Interrogarsi su questi concetti consente di sviluppare un approccio pratico consapevole e responsabile, capace di rispondere alle sfide complesse del sistema sanitario e della società attuale, attraverso un pensiero politico e multidisciplinare che promuova la centralità della persona e la costruzione di sistemi più equi e sostenibili.
Se la Costituzione italiana non menziona esplicitamente il termine vulnerabilità, è proprio ritornando alla Carta che è possibile prevenire quelle condizioni che determinano disuguaglianze ed ingiustizie, così come intervenire laddove esse vengano rilevate. Secondo la prospettiva offerta da Lucia Busatta, per andare in tale direzione è fondamentale recuperare le radici profonde del principio personalista che permea il testo costituzionale. La persona è il centro delle azioni della Repubblica non come principio astratto, ma come continuo e quotidiano stimolo di realizzazione, garantito dalle istituzioni. Dunque, il diritto fin nelle sue fondamenta agisce come fattore di contenimento e protezione delle vulnerabilità, offrendo strumenti e presidi per la prevenzione delle vulnerabilità critico-negative che intaccano la dignità della persona.
Tale riflessione sulle vulnerabilità consente di rileggere il difficile rapporto tra etica e diritto sotto la categoria dell’integrazione, che, come afferma Leopoldo Sandonà, permette reciprocamente a etica e diritto di riappropriarsi del loro compito più proprio ed insieme di evitare pericolose derive e conflittualità. La prospettiva attuale registra la crescita di una determinazione procedurale che tende a dettagliare in modo analitico l’intervento giuridico, mettendo in difficoltà gli operatori della cura ingabbiati nella macchina burocratico-procedurale. Il paradosso che si realizza è quello di un diritto primo custode della giustizia che in realtà finisce per porre in cortocircuito la beneficità dei curanti e l’autonomia delle persone assistite. Nella ricostruzione di un rapporto equilibrato tra i due ambiti, il diritto accompagnato dall’etica sfugge alla tentazione di tutto determinare, così come l’etica è nella condizione di intervenire sull’esistenza concreta con un profilo valoriale che non ne fa opzione meramente individuale e “privata” nella stagione della società multietica.
In chiave economica, infine, la centralità della persona può mostrarsi come bussola insostituibile nella gestione delle istituzioni economico-sanitarie: tale principio non è solo etico, ma in esso ne va anche dell’efficacia gestionale. Secondo la prospettiva indicata da Paolo Petralia, favorire la partecipazione attiva degli individui contribuisce non solo al benessere personale, ma anche all’efficienza dei sistemi sanitari. Questo approccio, tradotto in termini pratici, potrebbe portare a una maggiore efficienza gestionale nelle organizzazioni, offrendo una risposta concreta al tema della sostenibilità, oggi centrale nei sistemi manageriali, organizzativi e clinici.
La riflessione critica su vulnerabilità e fragilità non rappresenta dunque solo un esercizio teorico, ma uno strumento essenziale per migliorare la qualità delle decisioni etiche alle prese con le tante vulnerabilità speciali.
La terza parte, infine, riflette il tema della vulnerabilità con la lente dell’etica e delle politiche ambientali. Nel primo contributo Gianfranco Pellegrino riflette sullo status morale dei soggetti non umani che, pur non possedendo le caratteristiche di indipendenza, razionalità e autonomia attribuite agli esseri umani, sono nondimeno destinatari di considerazione morale. In questa prospettiva, la vulnerabilità, in quanto condizione di dipendenza ed esposizione al danno, quando prodotta o aggravata dall’azione umana fonda obblighi specifici in termini di mitigazione o compensazione. L’articolo argomenta inoltre che, nell’Antropocene, l’impatto umano sulla natura ha assunto la forma di un’estensione senza precedenti generando vulnerabilità strutturali, da cui derivano obblighi di assistenza e compensazione nei confronti di animali, piante ed ecosistemi. L’autore propone di interpretare tali obblighi attraverso un’estensione della nozione di ‘cittadinanza’ alle entità non umane, quale quadro normativo capace di rendere conto in modo coerente delle responsabilità morali proprie dell’Antropocene.
Nel secondo contributo, Matteo Mascia richiama brevemente l’evoluzione delle risposte normative e politiche sviluppate per affrontare la crisi ambientale e climatica, ricostruendo un percorso che si è progressivamente consolidato a livello internazionale, europeo e nazionale e che ha consentito di riconoscere i limiti ecologici del pianeta e di ripensare i modelli di sviluppo fondati sullo sfruttamento intensivo delle risorse naturali. L’analisi mette in evidenza come questi strumenti hanno contribuito a costruire un linguaggio comune, obiettivi condivisi e forme, seppur imperfette, di responsabilità collective contribuendo a rendere visibili condizioni di vulnerabilità sociale, territoriale e ambientale che per lungo tempo sono rimaste ai margini dell’azione pubblica e dei sistemi di protezione giuridica. In questo quadro, l’azione per i diritti umani ha svolto un ruolo centrale offrendo una lente interpretativa capace di rendere visibili gli impatti diseguali della policrisi ambientale e sociale e di costruire spazi di consapevolezza, responsabilità e partecipazione trasformativa.
Il terzo contributo di Giovanni Carrosio approfondisce il tema della vulnerabilità avendo come riferimento una condizione di bisogno concreta e sempre più diffusa, anche nelle nostre società del benessere, quella della povertà energetica. A partire dal concetto di cittadinanza energetica intesa come il grado di partecipazione, accesso e integrazione di individui e famiglie nei sistemi energetici l’autore esplora tre diverse configurazioni sociali attraverso cui si struttura la povertà energetica. Dall’analisi delle condizioni abitative, delle modalità di accesso e consumo dell’energia, delle dotazioni tecnologiche, delle condizioni economiche e lavorative, delle relazioni con le istituzioni, del capitale sociale e delle strategie di adattamento si evidenzia come la transizione energetica, se non adeguatamente governata, tende a riprourre e intensificare le disuguaglianze esistenti, aggravando le condizioni di fragilità e, dall’altro, offre alcuni strumenti concettuali per ripensare le politiche energetiche e abitative in chiave inclusiva, nella direzione di una transizione giusta.
In conclusione, la vulnerabilità rappresenta una chiave interpretativa generativa per il diritto e per la politica, capace di orientare l’elaborazione e l’applicazione delle norme e delle politiche pubbliche nella direzione di riconoscere l’intreccio tra la fragilità delle persone, presenti e future, e la policrisi ambientale e sociale. Non si tratta soltanto di una categoria descrittiva, ma di un criterio per rendere visibili le condizioni concrete in cui i diritti possono essere compromessi, sollecitando interventi mirati per prevenire le violazioni. In tal senso, la vulnerabilità non riguarda soltanto individui o gruppi specifici, ma investe la stessa condizione umana e la fragilità degli ecosistemi da cui dipende. Essa impone, dunque, un ripensamento profondo del rapporto tra l’essere umano, le altre forme di vita e l’ambiente, sollecitando una trasformazione delle categorie tradizionali del diritto e della politica verso una giustizia più inclusiva, intergenerazionale ed ecologica. Una giustizia che sappia integrare tutela dei diritti umani e della natura, riconoscendo che la protezione della dignità umana è inseparabile dalla cura delle reti della vita. In questo orizzonte, la vulnerabilità diventa il punto di snodo tra diritti, responsabilità e solidarietà, orientando l’azione pubblica verso modelli di sviluppo e di convivenza capaci di coniugare equità sociale e sostenibilità ambientale.
