Vulnerabilità: da ferita a risorsa

In concomitanza con l’uscita del secondo dossier dell’anno della rivista Etica per le professioni, pubblichiamo l’editoriale di Francesca Marin, coordinatrice de Progetto Etica, Teologia, Filosofia della Fondazione Lanza e docente di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata FISPPA dell’Università  degli Studi di Padova.


Il presente numero della rivista Etica per le professioni raccoglie i contributi di carattere etico-filosofico e teologico offerti durante il primo anno di ricerca del progetto triennale della Fondazione Lanza sul tema della vulnerabilità. Si tratta di un progetto che intende indagare i vari significati e volti della vulnerabilità presenti sul piano individuale, sociale e ambientale, esaminando altresì il contributo che la tematica in oggetto può offrire dinnanzi alle questioni di etica applicata.

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Divenuta un leitmotiv durante l’esperienza pandemica, la vulnerabilità appare ancora oggi come una nozione scontata oppure un’idea troppo vaga o ancora un concetto da declinare solo in termini negativi. Da qui l’obiettivo del primo anno di ricerca, ovverosia giungere a una visione maggiormente articolata della vulnerabilità che fornisca un’immagine realistica del vivente e riesca ad attivare pratiche sociali e politiche più giuste. Per raggiungere tale obiettivo è innanzitutto necessario evitare l’equiparazione tra vulnerabilità da un lato e debolezza, impotenza, insufficienza e passività dall’altro. Si tratta di un’esigenza condivisa da tutti coloro che hanno contribuito a questo numero della rivista: per far sì che la vulnerabilità diventi una risorsa, occorre in primis ampliarne l’orizzonte semantico, superando così l’accezione esclusivamente negativa del termine. Da questo punto di vista, l’indagine etimologica non sembra del tutto vantaggiosa: i vocaboli latini correlati alla parola “vulnerabilità”, ossia l’aggettivo vulnerabilis, il verbo vulnerare e il lemma vulnus, presentano una radice comune, cioè vuln-, che a sua volta rimanda alla radice indoeuropea ṷel-, la quale richiama i significati di ferire e scalfire o ancora strappare e incidere1. Già a livello etimologico vi è allora uno stretto rapporto tra vulnerabilità e ferita; con molta probabilità, fermarsi a questo tipo di indagine significa descrivere il vulnerabile come un soggetto debole o passivo perché non è stato capace di fronteggiare le avversità e, in quanto ferito, manifesta ora particolari bisogni.

Per superare il nesso ferita-deficit, occorre – sulla scia di quanto proposto da Carla Danani – riconoscere come la possibilità di subire danno presupponga la condizione del ricevere e quindi l’apertura ontologica dell’essere umano all’altro e all’ambiente circostante.

Questa lettura arreca un duplice vantaggio: da un lato, consente di cogliere il significato universale della vulnerabilità, ravvisando in quest’ultima un tratto peculiare di ogni essere vivente. Si prende consapevolezza così del carattere pervasivo della vulnerabilità e si può guardare a quest’ultima come a un aspetto imprescindibile per analizzare le varie forme di vita. Dall’altro lato, l’esposizione radicale verso la realtà tutta e verso gli altri evita la visione necessariamente negativa della vulnerabilità: tale esposizione può comportare delle ferite, ma può altresì suscitare cura e attenzione.

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Ora, se è vero che tutti gli esseri umani (in realtà, tutte le forme viventi) sono vulnerabili, è altrettanto vero che alcuni lo sono più di altri. Questo dato di fatto pone l’accento sul significato particolare della vulnerabilità e invita a riconoscere i molteplici fattori che possono determinare le cosiddette vulnerabilità speciali. Come evidenzia il Rapporto del 2013 del Comitato internazionale di bioetica dell’UNESCO, queste ultime non vengono determinate solo da disabilità, malattie o limitazioni legate alle diverse fasi della vita, ma anche dal contesto sociale, economico, politico e culturale in cui si vive2. I “determinanti della vulnerabilità speciale” sono quindi molteplici e spesso dovuti a ingiustizie e disuguaglianze. Come giustamente argomenta Stefano Semplici, l’emergenza pandemica ha amplificato queste vulnerabilità speciali, mostrando come i fattori che le determinano non siano per lo più dovuti a condizioni individuali. In effetti, come hanno dimostrato alcuni studi, la diffusione del Covid-19 e il rischio di mortalità dovuto al contagio del virus Sars-CoV-2 aumentavano nelle aree caratterizzate da accesso iniquo alle risorse sanitarie, disuguaglianze socioeconomiche e inquinamento atmosferico3.

Sulla base di quanto appena detto, si potrebbe trarre la seguente tesi: il significato sia universale che particolare della vulnerabilità attesta il carattere relazionale del vivente4 e, impiegando le parole di Lucia Vantini, rivela per l’essere umano un destino di prossimità e quindi un’imprescindibile trama di relazioni. Tuttavia, se l’alterità viene percepita come una potenziale minaccia alla propria vulnerabilità, si può persino adottare un approccio securitario e giungere, come sostiene Simone Morandini, a costruire muri sempre più alti e a legittimare anche la violenza come strategia di difesa.

Ulteriori problematicità emergono nel momento in cui, seguendo ad esempio l’interpretazione funzionalistica di Peter Singer, l’altro non venga riconosciuto come persona perché incapace di esercitare determinate funzioni rilevanti, quali la razionalità e l’autocoscienza5. In una tale prospettiva, ci sono esseri umani che non sono ancora persone (embrioni, feti) o non lo sono più (pazienti in coma, in sindrome di veglia non responsiva) oppure non potranno mai esserlo (disabili psichici molto gravi).

Riprendendo l’argomentazione di Antonio Da Re, in questo scenario non si verifica il riconoscimento primario della dignità di ogni essere umano, a prescindere dalle sue capacità, perché ha luogo solo un riconoscimento secondario che pone l’accento sulla vulnerabilità particolare del singolo. Così facendo, si traccia una pericolosa linea di demarcazione tra soggetto vulnerato e soggetto vulnerabile (o persino invulnerabile) e, come evidenzia Ilenya Goss, si declina la vulnerabilità come una condizione che riguarda solo alcuni esseri umani. Viene meno quindi il significato universale della vulnerabilità, giungendo a parlare dei vulnerabili più che della vulnerabilità. Si tratta di uno slittamento terminologico particolarmente problematico che può alimentare stigma e discriminazione.

Oltre a dar vita a forme di misconoscimento o disconoscimento, un tale approccio può incoraggiare una lettura distorta del nesso vulnerabilità-responsabilità: facendo dei vulnerabili una categoria a parte, si potrebbe pensare che solo colui che non si trova in una condizione di deficit possa mettere in atto un’azione di cura nei confronti delle singole vulnerabilità. A dire il vero, come afferma Barbara Santini, “solo il vulnerabile può salvare il vulnerabile”. In altre parole, un soggetto che riconosce l’altro e risponde in maniera responsabile alla vulnerabilità altrui è egli stesso vulnerabile e consapevole della sua ontologica esposizione all’altro e all’ambiente circostante. È quanto suggerisce anche la prospettiva teologico-cristiana che, come ricorda Pier Davide Guenzi, fa della condizione di vulnerabilità un elemento di congiunzione tra Dio e l’essere umano. Basti pensare alla figura di Cristo, il Verbo di Dio che si è fatto carne: Egli è entrato nella dinamica della vulnerabilità e del patire per salvare i vulnerabili, declinando il Suo agire nei termini dell’amore e della solidarietà verso il prossimo. Anche da questo punto di vista, la vulnerabilità si trasforma da ferita a risorsa perché costituisce un invito a vivere in maniera solidale nella comune condizione di vulnerabilità. Oggigiorno al suddetto invito si aggiunge una vera e propria sfida dettata dalla vulnerabilità del nostro pianeta Terra, come tristemente dimostrano gli eventi catastrofici che oramai si verificano nelle diverse aree del mondo. Viviamo un tempo di vulnerabilità globale che sollecita a ripensare il rapporto tra esseri umani, altre forme di vita e l’ambiente circostante nonché ad assumere una responsabilità individuale e collettiva per la salvaguardia della vita in tutte le sue molteplici espressioni.

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