Attuare i diritti nelle comunità di fronte alla crisi climatica

Diritti delle comunità e crisi climatica al centro dell’ultimo incontro online del secondo anno di studi intorno alla vulnerabilità promosso da Fondazione Lanza.

«L’incontro intende ragionare di vulnerabilità soprattutto in termini di quali risposte  sono state elaborate e già oggi possiamo mettere in atto per contrastare la crisi climatica » spiega Matteo Mascia, coordinatore Progetto etica e politiche ambientali della Fondazione. Risposte sempre più necessarie e non più rinviabili in rapporto alla dimensione e all’urgenza dei problemi che ci attanagliano: «il dato che ci viene dalle rilevazioni scientifiche  è che negli ultimi due anni, cioè il 2023 e il 2024, sono stati due anni fuori scala in termini di aumento della temperatura media globale. – continua Mascia – Nel 2024 in tutti i mesi dell’anno abbiamo raggiunto e  superato la media di 1,5 gradi sopra i livelli dell’epoca preindustriale, considerata un limite di sicurezza per evitare le conseguenze peggiori del riscaldamento globale.La cosa più preoccupante è che, per il continente europeo, questo aumento medio è stato di 2,9 gradi». La crisi climatica e le sue conseguenze in termini di impatti sulle comunità umane, l’ambiente e le infrastrutture richiedono di un’azione più incisiva ed efficace, ma ciò si scontra con l’elevata complessità della governance climatica e con i tempi di attuazione.

Leggi e rivedi il primo incontro: Il linguaggio della vulnerabilità e la logica dei diritti

Leggi e rivedi il secondo incontro: Diritto e bioetica: vulnerabilità e fondamenti costituzionali

Leggi e rivedi il terzo incontro: Dignità delle creature e diritti: ripensare le relazioni con la natura nell’Antropocene

Leggi e rivedi il quarto incontro: Vulnerabilità e diritti delle generazioni future: una sfida al diritto all’etica.

Leggi e rivedi il quinto incontro: Come rispondere alle vulnerabilità speciali?

In prima linea nel contrasto di questo fenomeno c’è l’Unione Europea, come ricorda Ekaterina Domorenok. «Le politiche adottate non sono propriamente europee – introduce la docente di Scienza politica all’Università di Padova – sono politiche che si ispirano agli accordi internazionali, in primis alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico».

La caratteristica fondamentale di queste politiche è la loro intersettorialità: come la sostenibilità è, per definizione, un concetto ampio, trasversale e così lo sono le politiche intraprese dall’Unione. «È auspicabile avere politiche complementari e coerenti – chiosa Domorenok – benché questa trasversalità delle politiche per la sostenibilità e il clima, pongono una serie di problemi a livello di disegno delle politiche stesse, ma anche e soprattutto poi a livello attuativo».

Per quanto, insomma, sia auspicabile un certo equilibrio tra le sfere economica, sociale e ambientale, la struttura stessa della governance che si articola su una molteplicità di centri decisionali, non limita e talvolta accentua la complessità. 

L’umanità ha la possibilità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè di far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere alle loro.” – Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo Commissione Brundtland, 1987

«L’Unione definisce l’agenda e definisce le priorità strategiche delle politiche per il clima e la sostenibilità, in coordinamento tra gli Stati con la guida della Commissione Europea, attraverso i regolamenti e il bilancio dell’UE che mette risorse finanziare a disposizione degli Stati e di tutti i soggetti pubblici e privati per riuscire ad attuare le singole direttive politiche».

In quest’ottica, dal 2001, l’Unione ha pubblicato la propria strategia per lo sviluppo sostenibile, via via aggiornata nel corso degli anni, con l’ambizione di tenere insieme le dimensioni economica, sociale e ambientale. Un’agenda che vede l’Europa impegnarsi anche attraverso l’implementazione di una normativa che assicuri sforzi proporzionali alle capacità di ogni singolo Paese membro, segno di una consapevolezza che è maturata negli anni.

Questo anche perché «L’Unione Europea non ha competenze decisionali in materia di clima, neanche parzialmente in ambito energetico, come  in altre politiche i poteri decisionali si dividono tra gli Stati e le Istituzioni comunitarie – riflette ancora la docente – questo è la ragione per cui molto spesso, come è accaduto nell’ambito del Green Deal europeo, si ragiona su un’agenda molto più ampia».

Gro Harlem Brundtland, presidente World Commission on Environment and Development WCED

Sulla questione climatica non solo la politica, ma anche l’accademia arriva con un notevole ritardo come ricorda Francesco Musco, docente di pianificazione urbanistica e direttore della ricerca dell’Università IUAV di Venezia «Quando nel 2010 allo IUAV abbiamo iniziato ad occuparci di cambiamenti climatici –– venivano studenti di molti corsi di laurea, non solo di architettura ma molti dei colleghi docenti e anche ricercatori pensavano che fosse un tema prematuro da affrontare. Purtroppo, era tutt’altro che prematuro».

Di gestione e vulnerabilità ai rischi legati al cambiamento climatico si è iniziato a parlare con la pubblicazione del Rapporto Brundtland nel 1987, la questione è poi entrata nel dibattito pubblico e nelle agende politiche a Rio de Janeiro nel 1992 anche a seguito dell’approvazione della Convenzione quadro internazionale sul cambiamento climatico.  Oggi, in ragione dell’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera, la crisi climatica rappresenta la principale emergenza che le nostre società sono chiamate ad affrontare.

La situazione è complessa e le ricadute sulla vita di tutti i giorni sono molteplici, soprattutto quando si tratta di abitare il territorio anche perché gli impatti sono molto diversi alle varie latitudini del pianeta. «Pensate alle gelate estreme che hanno colpito gli Stati Uniti l’inverno scorso con nevicate di metri nelle città – chiosa il docente veneziano – e contemporaneamente però dall’altra parte del mondo c’era un rialzo delle temperature medie del periodo». Ma anche all’interno di uno stesso paese, come non ricordare nell’autunno del 2024 gli eventi estremi con nubifragi e allagamenti in Emilia e nel Centro Nord Italia, mentre la Sicilia centrale e orientale si trovava in una situazione gravissima di siccità. 

«Cosa si può fare rispetto al tema di riprogettare le città? – si chiede Musco – La risposta è rappresentata dalla pianificazione intesa in un senso più ampio di sostenibilità urbana che non può prescindere dall’affrontare le sfide legate all’adattamento climatico. Già oggi molti strumenti urbanistici, adottati dalle amministrazioni locali non solo in Italia ma in tutto il mondo, permettono di programmare il futuro delle città in un contesto di rapido cambiamento. Ci troviamo però difronte ad un tema di lungo periodo che non si sposa con le agende politiche».Nella migliore delle ipotesi, a regolare il tempo della politica sono le scadenze elettorali e questo spesso configge con la necessità di affrontare progettualità il cui ciclo di studio e attuazione è molto più lungo della durata di una legislatura.

Esistono però eccezioni, come ricorda lo stesso docente: è il caso di Copenhagen «dove dopo un violento allagamento urbano nel 2011 è stata avviata una trasformazione radicale delle infrastrutture per la gestione dell’acqua. Tra le soluzioni adottate, i parchi pubblici sono stati progettati per fungere da bacini di raccolta temporanea in caso di precipitazioni estreme, riducendo così il rischio di allagamenti nei quartieri residenziali. Questo approccio integrato rappresenta un modello per le città che vogliono coniugare sostenibilità e resilienza, integrando spazi pubblici, infrastrutture verdi e strategie di gestione delle acque».

L’Italia ha accumulato numerose esperienze positive nel campo della pianificazione urbana, spesso grazie all’iniziativa di amministratori locali sensibili ai temi ambientali. A livello nazionale, ricorda Musco, l’Italia dispone di un Piano di Adattamento Climatico sviluppato dal Ministero dell’Ambiente, ma questo non ha valore cogente, mentre manca una legge urbanistica aggiornata. Quella attuale risale agli anni ‘40, e con la devoluzione delle competenze urbanistiche alle regioni negli anni ’80, il panorama nazionale risulta disomogeneo”. Nelle sue conclusioni il docente ha sottolineato che per affrontare efficacemente il cambiamento climatico, è indispensabile un impegno costante nella pianificazione e nell’implementazione di strategie urbane integrate, capaci di rispondere ai fenomeni estremi senza compromettere il benessere delle comunità.

Gianluca Salmaso

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