Come rispondere alle vulnerabilità speciali?

Dalla dimensione costituzionale alla dimensione operativa delle vulnerabilità: è questo l’obiettivo che Leopoldo Sandonà, docente e coordinatore del Progetto Etica e Medicina della Fondazione Lanza, ha posto a fondamento del quinto appuntamento del ciclo Vulnerabilità, diritto e diritti.

«Cercare di cogliere quelli che sono gli elementi spia quando parliamo di vulnerabilità speciali – ha spiegato Sandonà nella sua introduzione al tema – ma anche cercare di discernere quali sono le strategie di intervento e di risposta etica alle vulnerabilità speciali stesse».

E il confronto tra la due dimensioni è iniziato con un vero e proprio dibattito tra giuristi, che ha visto alternarsi il professor Andrea Nicolussi, civilista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e Lucia Busatta, docente di diritto costituzionale presso l’Università di Trento e presidente del Comitato Etico per la Pratica Clinica della ULS1 Dolomiti.

13 maggio: evento conclusivo in presenza Un caso esemplare: etica del cibo tra diritto alla salute e sostenibilità ambientale

Al centro della riflessione dei due giuristi sono quelle che Nicolussi definisce «le costituzioni del dopo Auschwitz», scritte cioè dopo la fine del secondo conflitto mondiale e capaci di ereditare da quell’esperienza drammatica una profonda sensibilità verso l’uomo e i suoi diritti.

«Dobbiamo operare una distinzione di fondo e cioè quella tra vulnerabilità in senso assoluto e vulnerabilità in senso relativo – continua il docente della Cattolica – ciascuno di noi ha entro certi limiti una dimensione di vulnerabilità. Basti pensare all’articolo 3 della nostra Costituzione dove si cerca di costruire una sorta di relazione tra principio di uguaglianza in senso formale e principio di uguaglianza in senso sostanziale. Nel secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, poi, la Repubblica è chiamata a rimuovere gli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo della persona umana e alla sua possibilità di partecipazione alle varie attività sociali, politiche, economiche del Paese, è chiaro che si mette a fuoco un’idea per cui esistono delle persone che possono riscontrare qualche ostacolo». 

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 3 della Costituzione Italiana

Ciascuno può trovarsi in difficoltà, confrontarsi con degli ostacoli e quindi essere in una condizione di vulnerabilità. «L’ordinamento giuridico ha bisogno, a un certo punto, di fare i conti con il principio di uguaglianza in senso formale – seguita Nicolussi, entrando nel merito delle vulnerabilità speciali – se noi rinunciassimo all’idea che ogni regola può avere una prospettiva generale, allora dovremmo poter pensare che su ogni rapporto si va a calcolare chi è più forte e chi meno».

Questo calcolo non è previsto dall’ordinamento italiano che si trova, quindi, nella condizione di «mediare tra il principio di uguaglianza in senso formale e il principio appunto di uguaglianza in senso sostanziale». 

Una mediazione che porta ad una tipizzazione, un tentativo di standardizzare le singole problematiche.

«Chi sono le persone vulnerabili? – si è chiesta, a questo punto, Lucia Busatta – Il termine vulnerabilità si collega etimologicamente alla parola vulnus, ferita, e quindi significa la situazione di persone che sono esposte vulnerabili, sono potenzialmente esposte ad un vulnus, ad una ferita ma rimanda ad un’idea sicuramente relazionale. Ecco perché al termine vulnerabile noi colleghiamo l’idea di un bisogno di protezione, di un bisogno anche di prevenzione, cioè di intervenire prima che queste ferite effettivamente avvengano e di un bisogno di assistenza, di cura dopo che queste ferite si sono prodotte».

Vulnerabile, insomma, non è strettamente sinonimo di fragile che porta con se un’idea di debolezza. «il termine vulnerabile – continua Busatta – non è contenuto nella nostra Costituzione, però è perfettamente in sintonia con i messaggi, con i valori, con i diritti che la nostra Costituzione esprime».

Leggi e rivedi il primo incontro: Il linguaggio della vulnerabilità e la logica dei diritti

Leggi e rivedi il secondo incontro: Diritto e bioetica: vulnerabilità e fondamenti costituzionali

Leggi e rivedi il terzo incontro: Dignità delle creature e diritti: ripensare le relazioni con la natura nell’Antropocene

Leggi e rivedi il quarto incontro: Vulnerabilità e diritti delle generazioni future: una sfida al diritto all’etica.

Personalismo e uguaglianza, lì opera la Costituzione « la persona è il perno intorno a cui ruota tutto il sistema di garanzia dei diritti che è quello previsto dalla prima parte della Costituzione ma ruota intorno anche il sistema organizzativo delle istituzioni repubblicane a cui la Costituzione dedica la sua seconda parte».

La Costituzione ha delineato i tratti di un paese che non si volta dall’altra parte quando si trova dinnanzi alle difficoltà dei cittadini: li esorta, li obbliga a partecipare attivamente alla vita democratica e per farlo non si pone in modo meramente assistenzialista, aiutando chi si trova in difficoltà, ma offrendo loro un vero e proprio empowerment.

«Credo che la Costituzione Repubblicana Italiana risenta della storia, perché quando si parla di empowerment – chiosa Nicolussi – lo si fa soprattutto tenendo conto che la nostra Costrizione ha addirittura nel primo articolo il fondamento sul lavoro, quindi possiamo dire che è una costituzione in cui è ben presente l’idea di dovere di partecipazione, di contribuzione in una chiave produttivista».

Non ci sono solo le dinamiche e le vulnerabilità economiche al cuore della questione. «A proposito del principio del cosiddetto best interest of the child, mi piace osservare una cosa – conclude Andrea Nicolussi – non è una forma di revanchismo europeo-continentale, perché è un principio che ci deriva dal diritto bizantino e che è proseguito attraverso il diritto comune europeo, è transitato nel codice di Napoleone fino ai giorni nostri. Nel diritto bizantino, infatti, emerge l’interesse del minore proprio nelle situazioni di conflitto fra genitori: quando si tratta di scegliere a quale dei due genitori affidare il bambino, nel codice bizantino  si stabiliva che andasse affidato al genitore incolpevole a meno che questo non risulti contro l’interesse del minore stesso».

La famiglia, il lavoro ma anche la tecnologia crea squilibri che il legislatore deve in qualche modo affrontare, in ossequio al disegno costituzionale. È il caso della sentenza n. 3 del 2025 della Corte Costituzionale che mette a fuoco le dinamiche di empowerment legate alla tecnologia utilizzata per il benessere delle persone.

Giudici della Corte Costituzionale si preparano per udienza pubblica, Roma, 21 Marzo 2023. ANSA/GIUSEPPE LAMI

«La nostra Repubblica non vuole essere assistenzialista, non vuole avere cittadini passivi, vuole rendere ciascuno capace di liberarsi. – riflette la professoressa Busatta – Liberarsi vuol dire sentirsi liberi ed essere svincolati da una serie di catene che, purtroppo, talvolta persistono a causa di una condizione personale o sociale che l’individuo vive». 

Ma quali sono le categorie di vulnerabilità? «Si sono già citati il consumatore, il lavoratore, sfruttato – conclude Lucia Busatta – e poi ancora le persone malate, le persone con disabilità, i migranti, i bambini, gli anziani, le generazioni future. È stata recentemente modificata la Costituzione integrando il concetto di generazioni future: anche loro sono categorie vulnerabili perché le dobbiamo proteggere dal consumo della nostra terra, per esempio. E poi ancora le persone con malattie rare, le persone con malattie mentali, i detenuti sono tutte categorie di persone esposte a una vulnerabilità, potenzialmente vulnerabili, ma non esclusivamente vulnerabili. Quando spiego il principio personalista ai miei studenti dico sempre che noi dobbiamo tenere a mente che un diritto non esiste mai da solo, un diritto comprende sempre un dovere, che ci piaccia o no. E questo la nostra Costituzione ce l’ha perfettamente in mente, infatti nell’articolo 2 dove si parla dei diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità c’è scritto anche che la repubblica richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale».

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 2 della Costituzione Italiana

«Ci troviamo ad agire in termini del bene possibile qui ed ora. – chiarisce invece il dottor Paolo Petralia, vicepresidente nazionale vicario della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere FIASO – Il bene possibile perché non è un bene teorico, non è un bene assoluto, non è un bene ontologico, è un bene possibile che è finalisticamente limitato da tutta una serie di fattori e contesti che lo costringono in determinati recinti».

Di fronte a questo possibile, quindi, occorre porsi quelle che Petralia introduce come le domande migliori per prendere le decisioni più appropriate per mettere le persone al centro.

È un vero e proprio cambio di setting quello richiesto al sistema sanitario. «Abbiamo ad esempio la filiera dell’età, il ciclo di vita, il ciclo di età, con gli estremi, il bambino e l’anziano, che sono per definizione quelli più vulnerabili – continua Petralia – e poi vi sono tutta una serie di condizioni legate all’età che in qualche modo differenziano nel ciclo della vita aspettative, possibilità, ma anche responsabilità e rischiosità diverse di essere vulnerabili, che non sono necessariamente correlate allo stato di salute, ma che trovano poi, nella risposta a quella particolare situazione, di tipo lavorativo, di tipo culturale, di tipo educativo, anche una ricaduta in termini di salute».

Sono tante, insomma, le variabili da considerare e da mediare tra loro alla ricerca di un un giusto bilanciamento tra possibilità di intervento e esigenze delle persone. «Un equilibrio che metta da un lato la dimensione dello strumento e dall’altra anche però la piena capacità di utilizzarlo per il progresso di quelli che sono la costruzione di risposte e di organizzazioni dentro le quali dare queste risposte. – chiosa Petralia – È inimmaginabile oggi pensare che ad esempio l’aggiornamento professionale sia sganciato da quello che è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Vi faccio solo un esempio molto banale. Nel 1950 il sapere medico raddoppiava la sua dimensione in 50 anni circa, nel 2020 in 73 giorni».

Alla base dell’introduzione del sistema sanitario nazionale, nel 1978, c’erano tre principi, equità, universalismo e uguaglianza, che oggi il Vicepresidente di FIASO vede profondamente in crisi. «Equità se noi la misuriamo in termini di accesso, oggi noi non abbiamo un’equità di accesso, vedasi liste d’attesa. – continua Petralia – Universalismo: se pensiamo che la solidarietà fiscale sia quella che tiene in piedi il Sistema Sanitario Nazionale, sbagliamo. Un quarto delle spese sanitarie sono out of pocket, cioè sono pagate dal cittadino non con la fiscalità e solo il 20% dei cittadini concorre a coprire le proprie spese sanitarie col proprio gettito fiscale. E in termini di uguaglianza ancora peggio, perché i LEA, cioè i livelli essenziali di assistenza, non sono garantiti dappertutto nella stessa maniera e se uno abita in una zona d’Italia piuttosto che in un’altra ha differente di aspettativa di utilizzo delle prestazioni, di garanzia dei livelli essenziali e addirittura di spettanza di vita. Ci passano circa quattro anni in spettanza di vita tra il sud e il nord del Paese».

Il bene è quindi possibile quando, stabilito un principio, questo trova effettiva applicazione pratica, sostenibilità di bilancio e per comprenderlo serve una visione multifattoriale e un equilibrio tra queste prospettive.

« La centralità della persona è una questione di efficacia e in termini economicistici parlare di efficacia significa dare ragione di un comportamento, di un’azione, di un assetto gestionale in termini di performance e quindi di raggiungibilità di obiettivo. – riflette Paolo Petralia – Il  rispetto della dignità significa differenziare servizi e prestazioni in maniera personalizzata: la partecipazione del singolo e delle comunità implica costruire comunità. l’empowerment non è solo espressione della dignità della persona, ma è anche capacità di esprimere comportamenti e stili di vita determinanti per la salute. Se noi interpretiamo la salute come obiettivo finalistico e la salute grazie alla medicina d’iniziativa e alla medicina personalizzata significa mettere la persona al centro, al centro con le sue relazioni e quindi nelle comunità, con la partecipazione, con l’empowerment, col rispetto della dignità. Si parte, insomma, dai bisogni della singola persona e poi si costruiscono i servizi, così facendo noi andiamo a smontare piano piano tutti quegli assetti di una medicina prestazionale, quella di oggi, che prescrive il doppio di ciò che eroga».

Prescriviamo il doppio degli esami che possiamo erogare ma anche compriamo il doppio dei farmaci che consumiamo. «Dal punto di vista della vulnerabilità – conclude il medico – mettere in campo la centralità della persona può significare recuperare anche quell’efficacia gestionale che nelle nostre organizzazioni potrebbe dare una risposta al tema della sostenibilità che oggi è centrale in tutti i nostri sistemi manageriali organizzativi e clinici. È straordinario immaginare come tutto questo non passi da un meccanismo economicistico, ma dal recupero della centralità della persona in chiave filosofico-antropologica, da un lato, certamente dei principi del diritto e poi di un buon management eticamente fondato e orientato».

Gianluca Salmaso

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