La doppia sfida delle generazioni future

Siamo pronti per accettare le sfide e le responsabilità del futuro o siamo ancora intrappolati in un eterno presente? È una visione in prospettiva storica rovesciata quella che la Fondazione Lanza propone nel quarto appuntamento del ciclo Vulnerabilità, diritto e diritti dal titolo Vulnerabilità e diritti delle generazioni future: una sfida al diritto all’etica.

«Il tema proposto ci invita a riflettere sulla vulnerabilità dell’altro distante nel tempo – spiega nella sua introduzione la professoressa Francesca Marin, Coordinatrice del Progetto Etica, Filosofia e Teologia della Fondazione Lanza –  È un altro che al momento non esiste e proprio questa non-esistenza può ostacolare l’effettivo riconoscimento dei suoi diritti, dei diritti delle generazioni future, ma può ostacolare anche il riconoscimento dei nostri doveri e delle nostre responsabilità verso di esse».

Leggi e rivedi il primo incontro: Il linguaggio della vulnerabilità e la logica dei diritti

Leggi e rivedi il secondo incontro: Diritto e bioetica: vulnerabilità e fondamenti costituzionali

Leggi e rivedi il terzo incontro: Dignità delle creature e diritti: ripensare le relazioni con la natura nell’Antropocene

La prima questione da mettere a fuoco verso il futuro è, insomma, l’ignoranza che nutriamo nei confronti di esso e verso la quale, continua la professoressa Marin, dobbiamo «vagliare le strategie di carattere etico e teologico che possono consentire di rispondere all’appello dell’alterità futura e anche le strategie che possono consentirci di affrontare le questioni di giustizia intergenerazionale».

Un primo strumento di comprensione ce lo offre, e non è la prima volta, la Costituzione: «è con la riforma dell’articolo 9 della nostra Costituzione del 2022 – chiarisce Ferdinando Menga, professore ordinario di filosofia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli e visiting professor stabile presso l’Istituto di Etica dell’Università di Tübingen – che viene registrata questa preoccupazione della nostra democrazia per le generazioni future. Prima dell’emendamento, infatti, la Carta tutelava soltanto quello che era il paesaggio mentre adesso il nostro ordinamento tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi».

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Art. 9 Costituzione 

«Il Documento costituzionale che registra questa necessità di preoccuparsi per le generazioni future – continua Menga – è sintomatico di una urgenza, di una emergenza, proprio a partire dalla registrazione di una impreparazione di fondo rispetto alla quale noi oggi non possiamo fare a meno che cercare a tentoni delle risposte».

L’impreparazione di fondo è un fattore pressoché strutturale, un «presentismo di fondo», come lo definisce lo stesso Menga, che catalizza l’attenzione della politica e dei politici unicamente ai problemi dettati dalla contingenza.

«L’istituzione democratica non soltanto per motivi pratico-politici viaggia a regime di presente – riflette il docente – sappiamo benissimo come i vari cicli elettorali e tutta la costruzione del discorso politico e della deliberazione politica è fondamentalmente una progettazione che rispecchia la risposta ad esigenze presenti. Quale sarebbe il destino di un governo democratico che, invece di soddisfare le esigenze a breve termine, cominciasse a sacrificare gli appannaggi dei presenti per guardare maggiormente a politiche pro futuro? Non verrebbe più rieletto».

Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione.

James Freeman Clarke, di solito attribuita a Alcide De Gasperi

La democrazia, insomma, si va configurando come un’istituzione strutturalmente impreparata a questo slancio verso il futuro. «Noi viviamo il mondo e le relazioni in modo funzionale e in una forma di consumo e di tendenziale usurpazione» chiosa il docente dell’Università della Campania che evidenzia come «l’evento della bomba atomica, che ha rappresentato il massimo sviluppo della potenza dell’umano, proprio nel momento in cui massimamente si è auto-rappresentato come onnipotente attraverso la possibilità di poter penetrare nel segreto dell’atomo e di poterne sprigionare la massima potenza, ha raggiunto anche la massima vulnerabilità, cioè la possibilità di potersi autodistruggere».

La vulnerabilità, insomma, è una caratteristica che ci contraddistingue, ci marca stretto anche quando pensiamo di esserci svincolati da essa. Ci riporta a considerare ogni nostro successo, traguardo e conquista nell’ottica di una relazione con un altro che ci è prossimo, vicino.

«Il futuro, proprio in quanto è ciò che ci interpella, interpella la nostra responsabilità, la nostra capacità di cura, è ciò da cui continuamente nel presente ci giunge il giudizio sul nostro operato. In quanto esseri singoli, siamo esseri generativi. Essere generativi vuol dire accogliere il futuro come ciò di cui siamo responsabili. – conclude Menga – Le nostre comunità, come diceva Anna Arendt, sono orientate al futuro perché l’unica cosa che mantiene in piedi il senso di una comunità è la natalità. Cioè una comunità senza i nuovi venuti e quindi il futuro che incombe sarebbe una cristallizzazione inutile».

Una cristallizzazione, l’illusione di un presente svicolato da una prospettiva e da una dimensione generatrice.

27 Dio creò l’uomo a sua immagine;

a immagine di Dio lo creò;

maschio e femmina li creò.

28 Dio li benedisse e disse loro:

«Siate fecondi e moltiplicatevi,

riempite la terra;

soggiogatela e dominate

sui pesci del mare

e sugli uccelli del cielo

e su ogni essere vivente,

che striscia sulla terra».

Genesi 1, 26- 28

«Noi abitiamo qui perché la terra è creazione, è creazione perché è creata da Dio come spazio di vita che Dio stesso ha popolato di vari esseri viventi. – chiarisce il professor Martin Lintner, già presidente dell’Associazione Europea di Teologia Cattolica (2013-2015) e attualmente docente di Teologia Morale e Teologia Spirituale presso lo Studio teologico accademico di Bressanone – il nostro essere presente deve mantenere questa terra uno spazio di vita per tutti quegli esseri con il quale noi condividiamo la terra come spazio di vita».

Ma allora cosa vuol dire “soggiogare” nella Genesi? La traduzione letterale dal testo ebraico è «mettere il piede su», in questo caso mettere il piede sopra la terra, ma non è una definizione casuale. «Sappiamo tutti che questo mettere il piede su qualcosa è un gesto molto ambivalente – chiarisce Lintner– perché certamente noi possiamo mettere il piede su qualcosa per calpestare, ma possiamo mettere anche il piede su qualcosa per coltivare. Infatti nel capitolo 2 si dice che l’uomo viene messo nel giardino Eden perché lo coltivasse e non per distruggerlo».

Coltivare implica inevitabilmente andare oltre il presente, oltre il limite di tempo che abbiamo su questa terra.

L’uomo è immagine di Dio, tra l’altro, per il mandato ricevuto dal suo Creatore di soggiogare, di dominare la terra. Nell’adempimento di tale mandato, l’uomo, ogni essere umano, riflette l’azione stessa del Creatore dell’universo.

Il lavoro inteso come un’attività «transitiva», cioè tale che, prendendo l’inizio nel soggetto umano, è indirizzata verso un oggetto esterno, suppone uno specifico dominio dell’uomo sulla «terra» ed a sua volta conferma e sviluppa questo dominio. 

Giovanni Paolo II, enciclica Laborum Exercens del 1981

Nell’immagine offerta da san Giovanni Paolo II, continua il docente, «il senso del lavoro non è solo quello di guadagnare il pane oppure guadagnare i soldi per poter poi fare belle vacanze, ma è proprio quello di essere co-creatori di questa terra».

Questa condizione di responsabilità duplice, verso il Creatore e verso il Creato, si lega alla nostra condizione di vulnerabilità, cioè alla possibilità di fare ma anche di ricevere un danno.

Giovanni Paolo II in visita ad uno stabilimento Fincantieri © la Civiltà Cattolica

«Credo che la vulnerabilità abbia anche un senso più profondo, esistenziale, che non significa semplicemente essere vulnerabili in quanto fragili. – chiosa Lintner – La vulnerabilità io la intendo in un senso più ampio, come una dipendenza: essere dipendenti nel proprio vivere da altre persone, ma anche da altri esseri viventi e da quella che è la natura come la nostra casa, la nostra madre».

Esistiamo come individui, insomma, con la nostra autonomia ma comunque dipendiamo dalle nostre relazioni con altri individui e con ciò che ci circonda. «Io posso certamente cercare di difendermi, richiudendomi in me stesso, non mi lascio toccare – continua il docente dello Studio teologico accademico di Bressanone – ma secondo il filosofo Emmanuel Lévinas questo significherebbe pagare il prezzo della propria identità, cioè perdere me stesso».

Di fronte alla vulnerabilità, gli approcci sarebbero quindi due: da un lato difenderci da essa, cercando di renderci in-vulnerabili; dall’altro adottare un approccio più empatico che ci metta in relazione con gli altri e la loro vulnerabilità.

Questo approccio che predilige il legame con il prossimo non può prescindere, però, da una ritrovata responsabilità. «La responsabilità è sempre una questione che riguarda anche la spazialità del nostro agire – chiarisce Lintner – perché io sono responsabile per le conseguenze del mio agire e le conseguenze del mio agire per le quali io mi devo prendere la responsabilità sono sempre conseguenze nel futuro».

Non serve essere profeti, è la provocazione lanciata da Lintner, per dire che ciò che facciamo, costruiamo ma anche che stiamo distruggendo oggi non può essere letto unicamente in base a quelle che sono le sue conseguenze sull’immediato, ma dev’essere letto in prospettiva. «Noi già adesso creiamo e formiamo attraverso il nostro agire quelle condizioni che le future generazioni dovranno subire come destino di questa vulnerabilità e come parte di una rete di relazioni che non è solo una rete di relazioni in modo sincronico, ma anche diacronico nell’andare della storia. Allora – conclude il docente – ci dobbiamo almeno chiedere in che senso possiamo essere presenti in questa terra in modo da non aumentare o influenzare in modo negativo la vulnerabilità e le condizioni di vita di queste persone che verranno».

Gianluca Salmaso

Rivedi la diretta dell’incontro

Iscriviti alla nostra newsletter