Settimane Sociali, Marchetti: «sentire il dovere di organizzare la speranza»

Foto ©CEI


Marco Marchetti, professore ordinario di Gestione e conservazione forestale presso l’Università del Molise e alla Sapienza, ha vissuto in primo piano le Settimane Sociali di quest’anno dopo l’esperienza di Taranto nel 2021.

Attento alle tematiche ambientali, Marchetti è componente del Gruppo di studio sulla Custodia del creato della Cei che ha organizzato il percorso di formazione Cittadinanza ecologica verso la settimana sociale di Trieste – 20° Seminario nazionale sulla custodia del creato dell’aprile scorso.

Professore, che Settimane Sociali sono state quelle di Trieste?

Le Settimane sono state entusiasmanti, la partecipazione e l’anelito di vedere la partecipazione come fondamentale per la democrazia sono i messaggi che sono passati con maggior forza e chiarezza. Per quanto riguarda il mio ambito specifico, invece, forse mi sarebbe piaciuto fosse uscito con più chiarezza che la custodia del Creato è tema prioritario rispetto all’economia e alla società. Si parla di ambiente, di agricoltura e di sostenibilità ma forse non con la dovuta urgenza.

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Questione ambientale che era centrale, invece, nelle passate Settimane Sociali di Taranto.

Non sono critico su quanto è stato fatto a Trieste come a Taranto, anzi, ne sono contento. Però anche a Taranto il tema della sostenibilità ha preso, com’è forse inevitabile, la via concreta della transizione energetica.

Credo, ed è anche papa Francesco che lo dice, che dobbiamo avere uno sguardo più ampio sulla protezione della biosfera cioè sulla protezione del Creato. Serve la conversione ecologica e abbiamo il dovere di ricordarlo.

Come fare a mettere al centro del dibattito la protezione della biosfera?

Dobbiamo scriverne, parlarne, confrontarci quotidianamente affinché rimanga al centro del dibattito pubblico. Dobbiamo fare tutto questo in modo più ampio ed integrale, non focalizzandoci soltanto sull’aspetto che di solito valorizzano i media, ossia quello catastrofista e rischioso che può condurre alla rassegnazione passiva. Al tempo stesso, però, bisogna fermare la deriva relativista rispetto ad un problema che potrebbe spazzare via tutto, anche la democrazia se le diseguaglianze dovessero acuirsi anche a livello ambientale.

Foto © CEI

A Trieste hanno trovato spazio tante storie diverse, riunite nelle Piazze della democrazia e tra le buone pratiche. Quale fra queste esperienze positive l’ha colpita maggiormente?

L’esperienza che ho vissuto nel mio laboratorio sulle aree interne e sviluppo integrale delle comunità è stata bellissima perché abbiamo potuto vedere, toccare con mano come dal basso ci sono tante realtà attente alla sostenibilità, dagli enti locali che si danno da fare, alle comunità energetiche rinnovabili e a quelle legate al cibo. Bisogna far capire a chi vive in città che il cibo e la sua produzione è fortemente legato alla conservazione della biosfera: un concetto, questo, che dalle buone pratiche viste a Trieste è emerso con chiarezza.

Come si fa a far percepire l’urgenza di un cammino rivolto alla sostenibilità all’opinione pubblica? Perché non ci si è ancora riusciti fino in fondo?

Non ne parliamo abbastanza. Sui temi ambientali vediamo il bicchiere mezzo vuoto e poi facciamo finta di niente. Del bicchiere mezzo pieno, invece, parliamo poco sia per quanto riguarda le iniziative dal basso sia di quelle dall’alto, come la modifica dell’articolo 9 della Costituzione per inserire la tutela degli ecosistemi a fronte del quale, però, negli ultimi anni abbiamo portato avanti dei provvedimenti che sarebbero incostituzionali.

Ci manca un po’ di comunicazione ottimista sulle tematiche ambientali.

Ci manca il racconto delle buone pratiche e ci manca quel dovere di organizzare la speranza che, come comunità ecclesiale, dovremmo sentire. Un sentire riferito non solo alle problematiche sociali ma anche a quelle ambientali, senza dimenticare che sono strettamente collegate fra loro.

Gianluca Salmaso

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